ex-otago-marassi-cover-650x650“C’è la Scuola Genovese, una ‘valigia’ da cui, come tanti altri, abbiamo attinto a mani basse. Ma abbiamo sentito forte l’esigenza di andare oltre, dove per ‘oltre’ non si intende dimenticare ciò che c’è stato ma costruire qualcosa che sia più legato al presente. Perché c’è un gran bisogno di presente e non c’è niente di più presente di Marassi”, spiega Maurizio Carucci, voce degli Ex-Otago, parlando del loro nuovo album  intitolato Marassi.

Dieci brani che sono una fedele istantanea della Genova post moderna – quella rimasta fuori dalle canzoni di De André –, scritti con parole leggere, che dicono tutto col peso di niente. “Partendo simbolicamente da un altro luogo, visto che De André & C. hanno raccontato soprattutto il centro storico e i vicoli, noi siamo partiti in modo più modesto da Marassi, un quartiere-non luogo come direbbe un antropologo, che si può trovare ovunque, in qualunque città, ma dove c’è una gran vivacità”.

Brani come I giovani d’oggi, Cinghiali incazzati, Ci vuole molto coraggio sono la prova di come il pop, se ben fatto, possa raccontare un’epoca. Perché a volte sono le cose semplici che regalano maggior lungimiranza. Come questo disco: onesto, intenso e vissuto.

In Marassi si sente l’eco di un pop che si rifà agli anni Ottanta: alcune cose ricordano Jovanotti, e non so se la cosa possa offendervi o farvi piacere.
Non ci può offendere, Jovanotti è un artista che stimiamo molto e pensiamo che abbia fatto cose molte fighe. Per cui siamo assolutamente ben felici. Avere citazioni di artisti italiani e perlopiù contemporanei è molto bello. È una pratica interessante.

Si parte da un quartiere, Marassi – che fuori da Genova viene identificato per lo più come lo stadio di Genoa e Sampdoria – per poi allargarsi su una città e sull’Italia.
Le canzoni le troviamo per strada: facendo musica pop non possiamo che trovarla in un contesto pop, ovvero nella vita di tutti i giorni, e Marassi è un super testimonial che ben fotografa la contemporaneità e la società di oggi: ci sono il carcere, lo stadio, le palestre, i ragazzini che impennano coi motorini… un mondo!

Nel brano che apre il disco cantate: “Se i giovani d’oggi valgono poco, gli anziani cosa ci hanno lasciato? I partiti che sono scatole vuote e una bella Costituzione” che un giovane premier vuole riformare.
Noi Ex-Otago siamo persone che tendono a rinnovarsi e crediamo che gli uomini migliori siano quelli che interagiscono col presente. Non crediamo che la Costituzione sia un documento da non cambiare mai, ma si può riformare con altri personaggi politici e in un altro momento storico. La posizione che abbiamo noi Ex-Otago è che sicuramente andremo a votare No, perché non crediamo che ci siano le condizioni idonee per modificare un testo sacro e scritto con il sudore e con sangue da chi è venuto prima di noi.

Quanto siete critici nei confronti di questa società che abbiamo ereditato? Il brano che segue, Cinghiali incazzati ha un titolo eloquente.
In realtà è una canzone liberatoria, una sorta di coro da stadio. È un inno ai diversi profili e facce che ogni essere umano ha dentro di sé e che per diversi fattori sociali, pressioni, abitudini e consuetudini non si vuole esprimere. E invece crediamo sia giusto e anche fruttifero raccontarsi e praticare la vita nella sua pienezza, ovvero coinvolgendo tutti i nostri profili.

Cosa intendete quando cantate: “Siamo filosofi operai”?
Crediamo fortemente che le persone più interessanti che si possano incontrare siano quelle che lavorano sia con le mani che con la testa. Lavorare con le mani può aiutare molto al lavoro mentale. Se lavori solo con le mani rischi di essere una persona con una visione un po’ ristretta o corta e se lavori solo con la testa rischi di essere un ciarlatano, una persona che non dà concretezza alle parole che da sole sono deboli.

Il vostro è un pop contemporaneo, ma secondo voi da cosa si distingue da quello classico italiano?
Si distingue per le sonorità e per la tipologia dei testi. Il mainstream più becero si caratterizza per i testi assolutamente banali e la banalità non è semplicità. Invece noi cerchiamo di lavorare con la semplicità, siamo follemente innamorati della semplicità, perché è la cosa più difficile e più alta che ci sia. Ecco, crediamo che forse la cosa che ci contraddistingue è la costruzione di pezzi semplici ma non banali con testi che con la loro semplicità hanno un dietro le quinte molto grande.

Quali sono le vostre ambizioni?
Dove vogliamo arrivare francamente non lo sappiamo, però ciò che vorremmo che accadesse è vivere di musica. Vorremmo che con Marassi riuscissimo a pagare le bollette e questo in parte sta già avvenendo. E ci sembra già tantissimo! Al progetto Ex-Otago, come fosse Babbo Natale, chiediamo nella letterina di darci la possibilità di raccontarci nuovamente in qualche altro capitolo.