Come la cronaca, anche giudiziaria, ha insegnato e come la scienza continua a ripetere un sisma non è prevedibile. Gli scienziati ripetono senza sosta che no è possibile dire quando un terremoto squasserà la terra. Ma un gruppo di ricercatori ha trovato il modo di “leggere” le faglie sia per ricostruirne la storia sismica sia per valutare il rischio di future scosse, grazie all’analisi di pochi affioramenti rocciosi e alla datazione di qualche milligrammo di argilla.

Si tratta di uno studio da poco pubblicato su “Nature Communications” e firmato, tra gli altri, anche da Giulio Viola, docente del dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali dell’università di Bologna. Viola è uno di quei casi di rientro dei cervelli. Per 20 anni professore ordinario all’estero, tra cui le Università di Città del Capo in Sud Africa e di Trondheim in Norvegia, è tornato in Italia grazie a una chiamata diretta dell’Alma Mater con cofinanziamento ministeriale.

Lo studio riguarda la faglia di Goddo, nella Norvegia occidentale, e ne ricostruisce nel dettaglio la lunga storia grazie a un approccio innovativo, che mette insieme sia l’analisi strutturale delle rocce sia la misura dell’età dei minerali argillosi che si formano al loro interno durante la deformazione dovuta al movimento della faglia. In questo modo, i ricercatori hanno scoperto, ad esempio, che la faglia di Goddo si formò circa 260 milioni di anni fa e che si è più volte riattivata nel Giurassico e nel Cretaceo, durante l’evoluzione geologica del mare del Nord. Uno studio che ha permesso di ricostruire la storia geologica di gran parte dell’Atlantico settentrionale, tramite appunto l’analisi di pochi affioramenti rocciosi e la datazione di pochi milligrammi di argilla.

“I risultati pubblicati offrono la possibilità di studiare con una prospettiva diversa anche aree italiane tettonicamente critiche – sottolinea Viola – dove la conoscenza del territorio e delle sue peculiarità geologiche rimangono un elemento essenziale per meglio capire i processi sismogenici e la valutazione del rischio sismico. Comprendere come le faglie si sono formate nel passato geologico e come sono state successivamente riattivate è un passo fondamentale per capire il passato e valutare il rischio geologico futuro“. Ma, sottolinea l’Alma Mater, le applicazioni possibili di questo studio non si fermano qui. I terremoti e le loro conseguenze, infatti, sono il fenomeno che si collega in modo più facile e diretto alla presenza delle faglie, che invece sono fondamentali anche per analizzare altri processi, come la stabilità degli ammassi rocciosi, la distribuzione di risorse minerarie e petrolifere e la permeabilità del sottosuolo.

L’articolo su Nature