Arriva a Genova, il 30 novembre, al Duse (co-produzione Teatro Stabile di Genova), il Faust-Box di Andrea Liberovici (che ne firma testo, musiche e regia), dopo il suo fortunato debutto francese alla Philarmonie di Parigi. In scena un solo protagonista, il Faust-Mephisto, interpretato magistralmente da Helga Davis, accompagnato dalla voce pre-registrata di un grande maestro del teatro contemporaneo, Bob Wilson, e dalla musica dell’Ars Nova ensemble instrumental diretta da Philippe Nahon.

Si tratta di uno spettacolo che emoziona, almeno quanto stimola alla riflessione, che coniuga obiettivi complessi con la capacità di affascinare il pubblico. E che, soprattutto, mette in campo alcuni degli snodi decisivi della ricerca artistica contemporanea, nel suo mescolare e far confliggere linguaggi e discipline differenti. Nell’epoca delle migrazioni, anche le arti migrano dai propri specifici.

Ne ho discusso con l’autore, lungo le calli di Venezia, tra un ponte e le ombre del Prete Rosso e di Luigi Nono che ironiche giocavano a nascondino con noi.

Intanto ti chiederei se è lecito considerare questo Faust Box come una sorta di manifesto per un’arte transmediale in cui parole, suoni, movimenti e macchine sceniche, elettronica si fondono alla ricerca di una dimensione nuova, inusitata, insieme antichissima e futura…

Credo che le meravigliose e dirompenti crisi linguistiche del secolo scorso, musica in primis, almeno per me, ci pongano all’inizio di questo nuovo millennio di fronte a una scelta che, anche se appare come la prassi, in realtà mi sembra pochissimo frequentata: la libertà. Per rispondere alla tua domanda quindi sì, Faust Box è per me una sorta di prototipo della ricerca fra musica e teatro che conduco ormai da un paio di decenni; è il prototipo di una modalità del comporre, sempre partendo gerarchicamente dal suono e dalla sua organizzazione, con tutte le “penne“ ora a disposizione, visive, verbali e del corpo. Che poco ha a che fare con il multimediale, che spesso è una cornice, perlomeno in teatro, al testo verbale. Nella mia ricerca il testo è anche verbale ma come parte della pluralità di una scrittura transdisciplinare. In fondo le orecchie, gli occhi, ecc. convivono e “lottano“ in noi.

Peraltro anche musicalmente mi pare che le tue composizioni nascano all’incrocio di svariate tradizioni, tanto colte quanto popolari. Mi sbaglio?

Sì, non sbagli affatto. In questo approccio cerco, con tutti i miei limiti e le cose che di volta in volta imparo, di prendere esempio dai  classici, per me essenziali come grandi scogli a cui aggrapparmi in questa società sempre più liquida. Goethe in primis con il suo Faust ci insegna che non esiste l’alto e il basso ma che ogni momento ha il suo tono appropriato e di conseguenza che tutta la grande scrittura è, da sempre, ri-scrittura da non confondere col postmoderno che, come sappiamo, è citazione e collage.

Il passaggio che proponi nel tuo Faust sembra essere quello dal desiderio di una giovinezza eterna (esplicito questo soprattutto nell’Ur-Faust) al continuo desiderio della tecnologia, entrambi proiettati nel futuro, ma uno alla ricerca del corpo dell’altro, il secondo prigioniero della sua solitudine quasi che uomo e demone (Mephisto) siano la stessa persona.

Non esistono più ideologie perché ne esiste soltanto una, quella del presente che ci vuole forever young nella migliore delle accezioni – quella del Nobel- ma tendenzialmente ci preferirebbe forever idiots. La rimozione della morte è il grandissimo businnes che ci seduce attraverso questa sorta di sospensione temporale e immobile in cui viviamo tutti, persi fra le news di un altrove e il placebo dei social: così asociale questa società social! In questa mia idea di spettacolo, Faust è, quindi, anche Mephisto e chiuso nella sua scatola fa un viaggio immobile dentro a un flusso audio-visivo con un finale imprevisto che ovviamente non rivelo.

Il fatto che ad interpretare Faust sia una donna, per quanto attraverso la mostruosa estensione vocale di Helga Davis, davvero formidabile, sembra dirci che Faust non è un uomo, piuttosto un essere umano: la solitudine non ha genere. Quanto, in questo aspetto, la scelta dell’interprete è ‘consustanziale’ all’opera?

Anche qui tento di rifarmi ai “classici“ utilizzando un’antica prassi compositiva. Come sappiamo molto teatro e anche molta musica è stata scritta non in modo astratto ma “addosso“ agli interpreti. Il lavoro e la scrittura su e con l’interprete sono un antidoto alla possibile autoreferenzialità dello scrivere. La scena, nel suo “statuto“, è generosa o non è. In questo caso Helga, cantante e attrice fra le più preparate, pazze e precise che abbia mai conosciuto, è stata di grandissimo stimolo e aiuto.