In Svizzera l’atomo potrebbe avere i giorni contati. Il prossimo 27 novembre, infatti, i cittadini saranno chiamati ad esprimersi sull’iniziativa popolare “per un abbandono pianificato dell’energia nucleare” promossa dal partito ecologista, che prevede di spegnere le centrali più vecchie già a partire dal 2017, per poi chiudere l’ultima nel 2029. Ma mentre gli ultimi sondaggi danno il “” in vantaggio, le società elettriche minacciano di chiedere risarcimenti miliardari ai cantoni.

Nel 2011, all’indomani dell’incidente di Fukushima, il governo elvetico aveva annunciato la rinuncia progressiva al nucleare in favore delle fonti rinnovabili, destando un certo clamore (l’energia nucleare copre circa il 40% del fabbisogno nazionale di energia). Ma gli ambientalisti oggi chiedono più concretezza, e con il voto di domenica mirano a far spegnere tutti gli impianti che raggiungono i 45 anni di vita. Sono cinque i reattori nucleari attivi e sono tutti concentrati in zone densamente popolate della Svizzera tedesca. Beznau I risale al 1969, è il più vecchio reattore al mondo ancora in funzione e si trova a pochi chilometri da Zurigo e Basilea (e a quattro ore di auto da Milano). La centrale di Mühleberg, attivata nel 1972, è vicinissima a Berna e suscita preoccupazioni già dagli anni ’90 a causa di alcune crepe comparse nell’involucro del nucleo. Chi vive nel raggio di 50 chilometri dai reattori riceve a casa delle pastiglie di iodio da assumere in caso di incidente come forma di prevenzione per il cancro alla tiroide.

L’ultimo sondaggio dello scorso 6 novembre della Società svizzera di televisione e radio dava il “sì” in vantaggio di soli due punti (48% contro 46%), con i contrari in netta crescita rispetto a ottobre, quando il 57% era per l’abbandono del nucleare e il 36% no. A pesare sull’opinione pubblica è stata anche la dichiarazione di Axpo, società che possiede gli impianti di Beznau I e II, che ha annunciato una maxi richiesta di risarcimento danni da 4,1 milardi di franchi (circa 3,8 miliardi di euro) da chiedere alle casse pubbliche in caso di vittoria dell’iniziativa ambientalista. “Tutti i pareri legali che abbiamo sollecitato finora su questo tema mostrano che ci sono le basi per una compensazione di questo tipo”, ha dichiarato l’amministratore delegato, Andrew Walo, al settimanale NZZ am Sontag.

Sulla stessa scia, la società Alpiq, che detiene alcune partecipazioni nelle più moderne centrali di Gösgen e Leibstadt, ha dichiarato in un comunicato che “l’accettazione dell’iniziativa ‘Uscire dal nucleare‘ si tradurrebbe in un danno economico di circa 2,5 miliardi”, ovvero circa 2,3 miliardi di euro. Ma secondo la Fondazione svizzera per l’energia (SES), queste richieste non avrebbero alcuna possibilità di successo in tribunale, dal momento che le centrali, soprattutto quelle più vecchie, non rappresentano più una fonte di guadagno, ma solo un costo per le stesse società.

Un costo che tuttavia potrebbe schizzare alle stelle in caso di spegnimento e soprattutto di smaltimento del materiale nucleare. Il tema del “che cosa ne facciamo dopo” è scivolato in secondo piano nella campagna. Tuttavia, resta un vero rompicapo per la Confederazione, che non ha ancora individuato il sito dove smaltire le scorie. Esiste un progetto per realizzare un deposito dove seppellire il materiale altamente radioattivo a 600 metri di profondità nel sottosuolo, ma non si sa ancora dove farlo, e comunque non sarà pronto prima del 2060. Come riporta il sito swissinfo.ch, “il combustibile esausto impiegherà da 200mila a 1 milione di anni prima di ritornare ai valori di radiotossicità dell’uranio allo stato naturale”. In ogni caso, chi potrebbe garantire la sicurezza del deposito per un tempo così lungo, al riparo da ogni genere di catastrofe naturale?

Si tratta di un problema, quello dello smaltimento del materiale proveniente dalle centrali nucleari, che anche l’Italia si trova a fronteggiare da anni. E precisamente dal referendum abrogativo del 1987 – indetto in seguito al disastro di Chernobyl – che sancì la chiusura delle centrali atomiche in Italia. Da allora, quasi 30 anni dopo, lo smantellamento delle centrali non è ancora finito. E’ affidato alla Sogin, società statale responsabile del decommisioning degli impianti nucleari italiani. E il governo non ha ancora individuato il sito dove realizzare il deposito nazionale unico.