Agli ultimi due referendum costituzionali, quelli del 2001 e del 2006, ho votato No. Nel 2001 votai No alla riforma approvata a maggioranza dal Centrosinistra, quella sul Titolo V. Mi pareva che il lungo elenco di competenze concorrenti fra Regioni e Stato che veniva creato sarebbe stato problematico da dirimere. Ricordo che pochissimi tra i miei amici votarono No: quasi tutti ritenevano che la mossa di Prodi avrebbe tagliato l’erba sotto i piedi della Lega Nord, e votarono seguendo una riflessione politica, non concentrandosi sulla riforma. E, possiamo dire col senno di poi, si sbagliarono: la Corte Costituzionale è stata in questi 15 anni ingolfata dai tanti conflitti di attribuzione e questo è il motivo per cui il Centrosinistra di oggi ha sconfessato quella propria riforma.

Nel 2006 votai No anche alla riforma approvata a maggioranza dal Centrodestra, quella sul premierato forte. Checché ne dicano personalità come il direttore del Fatto Marco Travaglio o il filosofo e politico Marcello Pera o il maestro Salvatore Settis (nessuno dei tre però è un costituzionalista, non a caso), fra la riforma di Berlusconi e quella di Boschi c’è un divario enorme: la prima aumentava sensibilmente i poteri del Presidente del Consiglio, al punto da farlo diventare un vero e proprio “Primo Ministro”, cioè passare dall’essere un primus inter pares all’essere un primus supra pares, un capo di governo senza bisogno di voto di fiducia dal Parlamento e col compito di “dirigere” (non già “coordinare”) la loro politica.

Il Primo Ministro avrebbe acquisito per altro il potere di nominare in solitaria i suoi ministri, di poterli licenziare e di poter sciogliere il Parlamento (provocatio ad populum) senza nemmeno dover chiedere un parere al Presidente della Repubblica, che di fatto diventava un taglianastri. L’approvazione di un’eventuale mozione di sfiducia avrebbe determinato lo scioglimento del Parlamento.

Concentrare tutti questi poteri su una sola persona avrebbe creato un sistema presidenzialista di fatto, più che un premierato forte. E in Italia, senza una legge antitrust e contro il conflitto d’interessi, meglio di no.

Niente di tutto ciò è incluso nella riforma Boschi: il Presidente del Consiglio rimane primus inter pares senza poteri esclusivi di rilievo e anzi vede di fatto diminuire il suo spazio di potestà, considerando che si rafforzano sia i poteri della Corte Costituzionale, col giudizio di legittimità preventiva sulle leggi elettorali, che alcuni istituti di democrazia diretta, dal forte abbassamento del quorum per i referendum abrogativi presentati da almeno 800mila firme, all’introduzione del referendum propositivo e all’obbligo per la Camera di discutere entro un termine certo le proposte di legge popolare.

Se sono contento del maggiore spazio che si ritaglia la Corte Costituzionale, non sono entusiasta del maggior peso dato alla democrazia diretta. Questa infatti espone le minoranze a essere decurtate di parte dei loro diritti civili, nel nome di quella che Rousseau chiamava “volontà generale”, e che può non rispettare i diritti individuali difesi dal pensiero liberale. Poi, come vedete anche dall’attuale campagna referendaria, la democrazia diretta chiede a milioni di persone di pronunciarsi su temi a volte molto tecnici e di difficile comprensione.

Molto diverso tra le due riforme è poi il disegno della forma di Stato: rimaneva al limite del federale con Berlusconi (le Regioni mantenevano autonomia di spesa su Sanità, Istruzione e Polizia locale) mentre torna a essere più centralista, sul modello del 1947, con Boschi (molto ampliato il terreno delle competenze esclusive dello Stato), fatta salva la presenza di un Senato che “rappresenta le istituzioni territoriali” soggiacente però a un principio di supremazia della Camera che appare fin troppo vasto.

I punti in cui le riforme del 2006 e del 2016 si assomigliano sono quelli relativi alla diminuzione del numero dei parlamentari, fine del bicameralismo paritario e alla creazione di un Senato più piccolo, con funzioni diverse e minori rispetto a quelle del Senato d’oggi. Però anche in questo le due riforme presentano tanti punti di divergenza, che potete approfondire qui.

Il programma di governo del PDS del 1994, per gentile concessione del blog del PD di Casola Valsenio

In generale, se proprio si deve cercare un’analogia fra la riforma Boschi e impianti del passato, noto punti di contatto con il programma del PDS del 1994, con il documento del XVII congresso della Cgil del 2014 e, al limite, con molti dei punti suggeriti da Nilde Iotti nel discorso di Piombino del 9/9/1979: “Basta con questo assurdo bicameralismo perfetto unico nel mondo e causa di ritardi. Basta con mille parlamentari, quanti ne ha la Cina, ma loro sono un miliardo e trecento milioni. Più penetranti poteri di controllo del Parlamento. Federalismo istituzionalizzato, trasformando il Senato in Camera delle regioni e dei poteri locali: perché il Senato non potrebbe essere come il Bundesrat tedesco?”

Discorso che – federalismo a parte – trovo ancor’oggi molto condivisibile, ecco perché il 4 dicembre darò il mio primo Sì a un referendum costituzionale.