Il tempo esiguo che ormai ci separa dal 4 dicembre e l’escalation della piega “aberrante” di una campagna referendaria trasformata dal governo nella campagna elettorale più sperequata, più virulenta e probabilmente più truccata di sempre devono indurci ad aver ben presente qualsiasi risultato, nonostante il vantaggio del No attribuito da tutti gli ultimi sondaggi, ma anche ad evidenziare e porre all’attenzione degli elettori metodi propagandistici di un passato tanto deprecato a parole quanto presente nei fatti.

Ormai sappiamo che, al di là della fondatezza che possiamo attribuire alle rilevazioni sul voto, rimane comunque rilevante e probabilmente decisivo il dato degli indecisi che si attesterebbe intorno al 24 % ed è ovviamente quello su cui si concentra la propaganda renziana, ogni giorno con una sparata sui temi più sensibili: mi sembra che quella delle ultime 24 ore sia la riduzione delle imposte e la lotta strenua all’evasione come “principio cardine del suo governo.”

Conversando con amici indecisi, e mi riferisco anche a persone per storia e formazione poco sensibili alla sirene renziane, le motivazioni per il Sì ruotano sempre attorno all’immobilismo istituzionale e alla palude partitica, al desiderio frustrato di rinnovamento e trasparenza annunciato già dai tempi di Tangentopoli, all’avversione per lo status quo in quanto tale, non importa se “superato” da una riforma che complica invece di semplificare e che riduce più drasticamente la sovranità dei cittadini del numero dei parlamentari, mantenendo in vita un Senato di non eletti, scudati con l’immunità.

Con poche e meritevoli eccezioni, ormai sappiamo bene che gli spazi dell’informazione sul merito della riforma sono stati più virtuali che reali e che a livello televisivo, con il primato conclamato di un servizio pubblico più prostrato di sempre al governo, i giorni a ridosso del voto non faranno che amplificare gli scenari apocalittici nel caso di vittoria del No e le “intemperanze” o le presunte scivolate dell’ “accozzaglia del No” quando si adegua al linguaggio di Renzi.

Non so se qualche amico ancora indeciso ha avuto modo di ascoltare le reazioni meta-berlusconiane che si sono levate nel Pd a difesa di Vincenzo De Luca, molto impegnato per il Sì, naturalmente con i suoi argomenti che, nella migliore delle ipotesi, rappresentano una declinazione ben più sconcia ed ostentata, da guappo e ras incontrastato, di un sistema clientelare di cui la rottamazione renziana non avrebbe più dovuto lasciare nemmeno il ricordo.

In difesa di questo paladino del Sì, più interessato ad arruolare nella campagna-pancia-a-terra tutti sindaci campani in ragione della pioggia di soldi che Renzi dirotterà sulla regione piuttosto che per il potere taumaturgico della riforma, è sceso anche il ministro dell’interno Angelino Alfano, a sua volta in prima linea sul fronte referendario. L’ha fatto alla Camera in risposta ad una interrogazione parlamentare argomentando che “ognuno fa campagna elettorale come crede nel perimetro della legge” e che “quel linguaggio l’ha fatto vincere”: ergo se con un linguaggio che piace molto alla criminalità, e con metodi che la commissione antimafia intende vagliare rivolgendosi all’autorità giudiziaria, De Luca è diventato governatore c’è qualche buona possibilità che contribuisca alla vittoria del Sì.

Quanto alla presidente della Commissione Antimafia che si accinge su richiesta unanime delle opposizioni a chiedere informazioni ai pm di Napoli sulla circostanza non scontata che in Campania la campagna per il Sì sia avvenuta “nel perimetro della legge” deve avere già sufficientemente chiara la posizione del presidente del Consiglio e segretario del suo partito: Matteo Renzi aveva nuovamente definito un grande amministratore l’amico De Luca, anche dopo il video in cui incita senza ritegno 300 sindaci al voto clientelare,  ed in perfetta coerenza gli aveva rivolto solo una specie di buffetto per “la battuta” camorrista con cui definiva “infame” il comportamento di Rosy Bindi, una “da ammazzare”.