Il lungo periodo di dipendenza dalle figure genitoriali prima di raggiungere l’autonomia rende gli esseri umani particolarmente sensibili all’idea di una magica entità, la provvidenza, in grado di svolgere una funzione di protezione e indirizzo sulla loro vita. “Al pane ci ha pensato la provvidenza” dice Renzo nei Promessi sposi mentre Pio IX, all’indomani della firma dei patti lateranensi, chiama Mussolini “uomo della provvidenza”, intendendo, probabilmente, un uomo mandato dalla provvidenza.

La mia ipotesi è che anche Trump sia stato visto come “uomo della provvidenza” e che la sua elezione non sia stato il risultato di una scelta ponderata dell’insieme dei singoli elettori ma l’espressione di un io di massa che non segue la logica ma l’irrazionale e che per questo ha larghi margini d’imprevedibilità.

Le caratteristiche della personalità di Trump testimoniano la gravità del malessere di quei popoli egemoni nello scacchiere mondiale che vedono i propri confini e le proprie abitudini minacciate dall’interferenza dei paria del mondo. Viviamo in un’epoca di grandi sperequazioni all’interno dei singoli Stati e ancor di più fra uno Stato o un continente e l’altro. Ci eravamo illusi di poter ignorare questa estrema, eccessiva e ingiusta diversità legata, per la maggior parte, alla casualità del luogo in cui si nasce, mentre ora siamo impauriti e destabilizzati a vedere una massa migratoria che, in modo confuso ma ineluttabile, lotta per la vita o per una vita migliore a costo molto spesso della stessa vita.

Questi movimenti ubiquitari verso il mondo occidentale suscitano arcaiche reazioni di difesa. L’ossessione dei muri, più simbolica che efficace ne è un esempio, ma ben più temibile mi sembra la spinta da un “io individuale”, riflessivo, differenziato e consapevole verso un “io di massa”, essenzialmente emozionale, acritico e sorretto da un pensiero scarsamente organizzato.

In una massa siamo fratelli fin quando partecipiamo alla scelta comune, ma guai a pensare in proprio o solo a mostrare qualche piccolo segno di perplessità: ecco che l’amico fraterno si trasforma automaticamente in nemico e in delatore, nella difesa a oltranza della causa collettiva.

La forza seduttiva del senso di aggregazione fa sì che i membri di una massa rinuncino alla propria individualità, affidando a un capo il compito di trasformare il senso di frustrazione e solitudine in sogni di gloria e di riscatto. Vi è una sorta di tecnica retorica che il capo deve seguire: dipingere a fosche tinte, esagerare, essere ridondante, creare miti e capri espiatori. La brutalità del capo infonde alla massa, per specularità, un tranquillizzante sentimento di potenza invincibile. E’ la logica del branco, delle bande di adolescenti, delle guerre di religione, delle appartenenze integraliste.

Non è pertanto quello che l’uomo della provvidenza dice di voler fare che affascina la massa, non sono i programmi, spesso confusi o disattesi, non è la lucidità del suo ragionamento, ma il modo aggressivo di comunicare, la “luce” che emana, magicamente salvifica, complementare ai bisogni condivisi di un particolare gruppo di aggregazione, la sua capacità di porsi come modello identificativo verso il quale tendere.

Uomini e donne della provvidenza e bisogni delle masse si incontrano in continuazione. Alcuni uomini e donne coraggiose hanno avuto la forza e la capacità di interpretare il loro ruolo senza cedere alle lusinghe delle spinte regressive della massa, più numerosi coloro che hanno trovato la loro forza in un tragico nichilismo distruttivo.