C’è persino chi ha protestato perché l’iniziativa mal si sposerebbe con l’immagine di un’Assisi francescana, visto che chiama in causa il concepimento e dunque il sesso. Eppure se qualche critica si può muovere all’iniziativa “Fertility Room”, nata nell’ambito del Tavolo assist turismo, voluto dall’assessore comunale al turismo della città Eugenio Guarducci e fatta propria da diversi operatori privati del settore, è semmai quella di essere un’idea davvero bizzarra.  In pratica, alcune strutture della zona, alberghi o agriturismi, hanno promesso il rimborso del costo di una notte se la coppia che vi ha soggiornato si ricorderà di spedire il certificato di nascita di un bambino nato nove mesi dopo il pernotto (con un margine di flessibilità di dieci giorni prima e dopo).

Basta un po’ di immaginazione per intuire che l’iniziativa è decisamente macchinosa: pensiamo ad una donna che ha partorito da poco, normalmente sconvolta, con i punti che tirano, il seno che duole, il neonato che urla e vuole ciucciare notte e giorno, l’insonnia cronica e così via e che nonostante tutto ciò riesce a fare una fotocopia del certificato di nascita (quando non può neanche farsi una doccia), per mandarla alla struttura e farsi ridare indietro settanta euro della notte: buoni a malapena per due o tre scatole di latte artificiale o cinque confezioni di pannolini.

Va bene, è il simbolo che conta. È come dire, coraggio, fate bambini, e magari venite a farli qui, durante una vacanza che vi rilassa  (visto che statisticamente si concepisce più in ferie che durante la settimana: vi siete mai chiesti perché tutti i compleanni sono a maggio?). Insomma, sembrano dire i promotori, siamo sensibili al tema e felici se capitasse da noi.

Sotto certi punti di vista, l’invito potrebbe persino scatenare nelle coppie la voglia scaramantica di centrare l’obiettivo e avere poi un ricordo del giorno del concepimento, cosa che i futuri genitori di oggi tengono a sapere moltissimo (e non c’è niente di più semplice, tra ecografie sempre più sofisticate e tendenza femminile a segnarsi maniacalmente giorni dell’ovulazione e rapporti). D’altronde l’iniziativa è molto simile a quella lanciata qualche tempo fa in Danimarca dall’agenzia di viaggi Spies, con un divertentissimo spot che invitava i danesi a concepire, e farlo per il proprio paese – Do it for Denmark! – ottenendo in cambio sconti per le vacanze se si prenotava durante l’ovulazione, e pannolini e prodotti per bambini se si concepiva in quei giorni. Incredibile ma vero, la pubblicità funzionò e ci fu un boom di nascite nel paese che certo non soffre il calo demografico come ne soffriamo noi.

Ma allora perché criticare questa iniziativa? Non sarà per la solita lamentela che in Italia manca il welfare e dunque promozioni come questa rischiano appunto di essere paradossali, quasi che uno davvero possa concepire per una specie di bonus? Un po’ sì, non c’è dubbio. Abbiamo un governo che dei bonus ha fatto il suo vessillo e che di recente ha cercato di coprire con la sua elargizione di mance a tutto campo, in vista del referendum, anche i genitori con un “bonus” asilo, che alla fine si è rivelato riservato a pochissimi – il solito ceto medio ne è stato  escluso – e neanche a quelli, visto che molti comuni non avevano neppure i soldi da anticipare, come accaduto a Roma (la situazione si sta sbloccando solo in queste ore). Il bonus è un’elemosina, non una misura strutturale, qualcosa cioè che crea uno zoccolo che duri nel tempo e che possa davvero incentivare due persone che hanno un lavoro precario e senza famiglia alle spalle a fare un figlio sentendosi appoggiati da uno stato che continua a esistere anche dopo la nascita del bambino. Come appunto in Francia, Olanda, Scandinavia, Danimarca.

E allora fare uno spot, o un’iniziativa, pro concepimento – magari anche divertente e ironica – in paesi dove poi una rete esiste ha tutto un altro sapore che nei paesi dove le reti sono da tempo lacerate. Certo, le promozioni controverse servono, ed è interessante anche notare che queste iniziative pro fertilità sono in crescita, sia in forma privata che pubblica (i tanto criticati spot della Lorenzin), a testimonianza che il tema esiste ed è sempre più sentito. Va pure riconosciuto che ci sono motivi culturali per i quali i figli non si fanno più o si fanno troppo tardi: individualismo, eccessiva fiducia nella scienza, scarsa conoscenza dei bambini, con i quali si viene a contatto solo quando si fanno, passando una lunghissima fase della vita senza saperne nulla. Ma per quanto ci si sforzi di vedere nella Fertility Room – che suona meglio che una Stanza della Fertilità di sapore fascista – un simpatico invito a lasciarsi un po’ andare, non si può negare che una coppia di giovani italiani, secondo le statistiche tra i più poveri d’Europa, sul lettone ci si butta col cuore pesante e il portafoglio leggero. Non le migliori condizioni per concepire, proprio no.