Giovedì il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi ha concesso l’amnistia a 82 detenuti, la maggior parte di loro in carcere per reati politici e la cui liberazione sarebbe avvenuta in tempi brevi. Tra di loro ci sono il presentatore Islam al Beheiry, il fotogiornalista Mohammed Ali Salah e l’attivista dei Fratelli Musulmani Yousra Khatib, la cui condanna a tre anni era già terminata da 12 giorni. All’amnistia decisa dal presidente egiziano si aggiunge anche la decisione presa alcuni giorni prima dalla Corte di Cassazione che ha invalidato la pena di morte a carico dell’ex capo di stato egiziano Mohammed Morsi, l’uomo dei Fratelli Musulmani eletto nel 2012 e poi arrestato a seguito del colpo di stato da parte di Sisi nel luglio del 2013.

Ma 82 amnistie sembrano un goccia nel mare visti gli ultimi dati diffusi da ANHRI (Arabic Network for Human Rights) che lo scorso agosto contava 60.000 persone finite in cella per motivi politici su una popolazione carceraria di circa 106.000 detenuti. Le mosse del presidente Sisi e della magistratura sembrano dunque più un’operazione di facciata di fronte al crescente scontento popolare che il governo egiziano sta affrontando a causa delle misure di austerity adottate per far fronte alla crisi economica.

Per sanare la crisi che ha portato a una drastica riduzione di liquidità e di valuta straniera nelle casse statali egiziane, il governo ha dovuto prendere delle misure drastiche per l’economia per ottenere il prestito del Fondo Monetario Internazionale da 12 miliardi di dollari. La Banca Centrale egiziana ha così deciso di sganciare dalle oscillazioni di cambio predefinite la lira egiziana. Ne è conseguita una forte svalutazione della valuta locale che ha fatto raddoppiare i prezzi dei generi di prima necessità. Per esempio, se prima un euro in media valeva circa 8 lire egiziane (nei periodi di massima crisi politica negli ultimi anni era arrivato a massimo 9) ora ne vale 16. L’Egitto importa circa il 74% dei beni in commercio e per l’industria nel Paese – negli ultimi mesi aveva iniziato a scarseggiare anche lo zucchero nei supermercati – questo significa che il dimezzamento del potere d’acquisto metterà in ginocchio le classi più povere.

“Difficilmente questi 12 miliardi potranno fare qualcosa per rimettere in piedi l’economia – spiega Wael Eskandar, giornalista indipendente egiziano – nessun prestito potrà sanare la corruzione dilagante del paese e l’assenza di un reale piano economico. Inoltre, l’Egitto non ha nessun tipo di welfare per le sue classi più povere e i sussidi, alcuni dei quali come quelli sul carburante verranno ridotti, non saranno sufficienti a contrastare la crescente povertà“. Secondo i dati diffusi dall’Agenzia centrale per la statistica lo scorso ottobre, nel Paese più del 27% dei 90 milioni di abitanti vive sotto la soglia fissata dall’agenzia su un redditto annuale di 5787,9 lire egiziane, che ora valgono circa 361 euro.

L’ECESR (Egyptian Center for Economic and Social Rights) ha affermato che “la decisione può aumentare il livello di povertà a livelli mai visti nel Paese perché non si è provveduto ad adeguare gli stipendi, spingendo verso la soglia di povertà anche la classe media”. Al momento il governo ha abbassato la soglia dell’età pensionabile da 65 a 60 anni e dal prossimo mese aumenterà da 18 a 21 lire egiziane la quota per i sussidi degli alimentari. Ma, secondo molti analisti, questi accorgimenti non sono sufficienti a far fronte all’aumento vorticoso dei prezzi. Il centro ha anche espresso timori per l’aumento dell’inflazione, che entro la fine dell’anno potrebbe arrivare al 20% e aumentare di un altro 10% entro la seconda metà del 2017.

Ma a essere scontenta non è solo la classe meno abbiente, e maggioritaria, del paese. Negli ultimi giorni le proteste hanno raggiunto anche l’Università Americana del Cairo (AUC), l’ateneo dell’upper class egiziana. Le manifestazioni sono iniziate perché la dirigenza dell’istituto non ha ancora specificato se le rette per i corsi di laurea aumenteranno del 40% a causa della svalutazione della moneta locale.

Dal luglio 2013 il governo del Cairo ha beneficiato di svariati miliardi di dollari elargiti da diverse monarchie del Golfo. Ma a distanza di 3 anni e dopo il raffreddamento dei rapporti con l’Arabia Saudita, uno dei maggiori finanziatori della presidenza Sisi, le casse statali sono tornate a svuotarsi. Secondo molti analisti è l’indice di un’incapacità cronica del governo egiziano nel varare una politica di sviluppo del Paese di maggior respiro, e non limitata alla costruzione di grandi opere, come per esempio il raddoppio del canale di Suez, che non hanno portato il ritorno economico sperato.