Alausì è un paese talmente minuscolo da risultare sconosciuto, probabilmente, persino ai suoi abitanti. In definitiva è una strada, e cinque o sei parallele e perpendicolari, abbracciato dalle Ande. Ma è noto (almeno in America Latina) per essere il paese da cui parte il treno per la Nariz del Diablo.

E’ bello, la sera prima dell’avventura, aggirarsi nei dintorni della stazione e dei binari (uno, massimo due). Trovare il silenzio giallo dei lampioni raramente interrotto dalle risa di un gruppo di ragazze, il mezzo busto evaporato nell’oscurità di un’anziana signora che ascolta il tempo passare, scovare un ragazzo che fotografa le vecchie carrozze nella penombra. C’è silenzio, ma anche presenza. In fin dei conti il silenzio è una forma di presenza. E’ leggera, sparsa, ma è presenza.

Ma che cos’è la Nariz del Diablo? E’ una montagna a pochi chilometri da Alausì, che a vederla da poca distanza appare – può apparire, diciamo così – come un grande naso. Nella pelle della montagna si distinguono chiaramente quelle che a mio parere sono delle “unghiate”, quasi parallele fra loro, e profonde. Quelle unghiate sono i sentieri sui quali hanno costruito la ferrovia.

E che cosa c’è di particolare? Il fatto che per consentire al treno di arrampicarsi più in alto possibile in meno spazio possibile, si è pensato a un sistema “alternativo”, come diremmo oggi. Funziona così: il treno segue un binario per qualche centinaio di metri. A un certo punto ne incrocia un altro. Il convoglio si ferma subito dopo l’incrocio, e riprende la corsa in senso opposto, imboccando la nuova rotaia.

Sulla nuova rotaia si sferraglia per un altro chilometro, fino a che il binario termina ma ne incrocia uno nuovo. Si ferma e si riprende la corsa nuovamente nell’altro senso. Tutto ciò per tre volte. In modo da salire (o scendere) in pochissimi chilometri di centinaia di metri di altitudine. Le autoferrocarril dell’Ecuador battezzarono questo tratto, appunto, come el tren más difícil del mundo.

Per costruirla furono impiegati migliaia di operai specializzati provenienti -anche- da altri paesi, come Santo Domingo o Giamaica (4.000 solo da lì). L’opera fu iniziata nel 1861 sotto il governo di Gabriel García Moreno, e terminata nel 1908 sotto il governo di Eloy Alfaro. A causa delle condizioni di lavoro estreme (all’epoca l’opera fu considerata audace per le tecniche in possesso di ingegneri e operai) e a causa di malattie quali la malaria, la peste bubbonica e la febbre gialla, morì una quantità impressionante di lavoratori, seppelliti in una fossa comune all’altezza del chilometro 106.

E’ un peccato che oggi, di tanto lavoro e di altrettanto fascino, delle ferrovie dell’Ecuador rimangano attive solo poche tratte, e quasi esclusivamente a uso di turisti e stranieri. Ormai la maggioranza dei cittadini si sposta in autobus (l’Ecuador possiede la rete di trasporto pubblico su gomma più grande, diramata e organizzata del mondo).

Dunque non risulta un po’ artefatto negli anni 2000 percorrere un tratto ferroviario che ha perso la sua funzione originaria e che vive solamente più per grazia del turismo? Per certi versi, sì. Ma al tempo stesso, quando il vecchio convoglio parte e il fischio si propaga incontenibile nella piccola stazione e nella valle, quando comincia a inerpicarsi per sentieri incredibili di roccia e pareti vertiginose, attraverso vallate panoramiche e bianchissime nubi, a strapiombo su rivoli d’acqua e binari appena percorsi, quando accade tutto questo, il pensiero d’essere qui perché bisogna rendere grazie al “dio turismo” viene accantonato. Almeno fino a che si giunge a destinazione.

Certo, bisogna possedere una discreta porzione d’amore nelle tasche per scovare sentimento dove questo è solamente più una radice sotto veli di cenere. Eppure quella radice c’è. Funziona così, del resto, in tanti episodi del nostro sferragliare sulla Terra. Essere innamorati è fondamentale. Che sia di una ferrovia o di un disegno, su di un foglio o nella testa. Neppure importa di cosa. Senza sentire, si vaga per il mondo come idioti.

Ci siamo, dunque? In qualche modo sì. La prima stazione dopo la Nariz, ovvero la destinazione, è Sibambe. Un binario doppiato, un bar, un negozio di oggetti tipici, un marciapiede, e le pareti dei monti proprio lì, dove finisce uno dei due piedi con cui stai retto sulla terra. Ti guardi attorno, punti lo sguardo in ogni direzione, e ti pare d’essere nel luogo perfetto per continuare quel viaggio che non finisce mai.