Maria Teresa sta combattendo la sua battaglia per la vita in un letto del reparto intensivo dell’ospedale All’Angelo di Mestre. I suoi familiari e i suoi amici stanno combattendo un’altra battaglia, meno silenziosa, per conoscere cosa è accaduto per davvero l’1 novembre scorso all’interno dell’ospedale civile di Venezia, dove l’agente di custodia Maria Teresa Trovato Mazza, 28 anni, è stata trovata dentro un’ascensore con la testa insanguinata e accanto la pistola d’ordinanza. Un solo colpo l’ha ridotta in condizioni molto gravi. Un tentativo di suicidio, è stata la prima ipotesi formulata. Ma i genitori non ci credono, chiedono ai testimoni di farsi avanti, vogliono sapere se e cosa è accaduto nella vita del carcere femminile della Giudecca nei giorni precedenti. Alcuni amici e colleghi hanno creato un gruppo Facebook (Gruppo pubblico SISSI… tutti qui per te!) che in pochi giorni ha superato abbondantemente i 17mila membri, con una sola richiesta molto semplice.

“Tutti vogliamo verità e giustizia. E tutti vogliamo che Sissi riapra gli occhi”, scrive Henry Janu. “Noi non sappiamo cosa sia successo quel giorno, non sappiamo chi ha premuto quel grilletto, non sappiamo la verità. Sissi è stabile ovviamente non sappiamo se è fuori pericolo! Ci stiamo muovendo nel limite del possibile, contattando varie emittenti, personaggi a vario titolo, sindacati che scrivono. Ora stringiamo i denti e preghiamo… per Sissi un barlume di speranza c’è”. L’ultimo aggiornamento sulle sue condizioni è stato dato dalla sorella Patrizia qualche sabato 19 nel tardo pomeriggio: “Buona sera a Tutti, mia sorella al momento è stazionaria e fortissima anche grazie a voi e alla vostra vicinanza. Ringraziarvi ciascuno sarebbe impossibile per questo spero che questo messaggio arrivi a tutti grazieeeeee”.

Che cosa sia accaduto all’interno di quell’ascensore del Giovanni e Paolo di Venezia rimane un mistero. Rilanciato proprio dai genitori. Innanzitutto dal papà che a Chi l’ha visto? ha dichiarato: “Maria Teresa è una ragazza bellissima, solare, forte in tutto e per tutto, piena di progetti. Qualche giorno prima si era iscritta all’università. Era orgogliosa di quello che faceva in carcere e della divisa che portava”. La mamma: “Non posso pensare che mia figlia abbia fatto un gesto del genere. E’ una ragazza troppo piena di vita, nemmeno se li poneva i problemi, non ne aveva, era tranquilla”. Ancora il papà: “Se c’è qualcuno che ha visto, che sa quello che è successo in quei momenti, nelle ore, nei giorni precedenti, si faccia avanti. Chi ha sconvolto mia figlia? Non ci posso credere che tre minuti prima stesse giocando con un bambino in ospedale e poi si è sparata… aiutateci a scoprire cosa è accaduto”.

Martedì 1 novembre Maria Teresa si è recata in centro storico a Venezia nel reparto dove una detenuta aveva da poco partorito. Come ha detto il padre, è rimasta per qualche minuto a giocare con un neonato. Poi si è avviata all’uscita, dove la attendeva un natante della Polizia Penitenziaria che l’avrebbe riaccompagnata sull’isola della Giudecca, dove si trova il carcere femminile. Quando si è spalancata la porta dell’ascensore è stato visto il corpo insanguinato. La donna è stata soccorsa da una pediatra, poi è stata portata in elicottero nel più attrezzato ospedale di Mestre. In testa il foro di un proiettile.

L’inchiesta su quanto accaduto è coperta dal riserbo. La notizia è scomparsa dalle cronache dei giornali locali. Su alcune testate è apparsa innanzitutto la versione del tentativo di suicidio, dovuto a depressione. Ma la famiglia non ci crede e chiede che venga verificato innanzitutto quello che è accaduto quel giorno, ad esempio se altre persone fossero dentro l’ascensore quando Maria Teresa vi è entrata, il che potrebbe far pensare a uno svolgimento diverso dei fatti. Ma vogliono anche che si indaghi nell’ambiente di lavoro, nel carcere della Giudecca, per capire se qualcosa può aver turbato l’esistenza e l’equilibrio della giovane donna. Perché era andata da sola dentro l’ospedale? E’ vero che avrebbe ricevuto qualche provvedimento disciplinare? Quali erano le sue condizioni di lavoro e i rapporti con colleghi e superiori? Ci sono più di 17mila persone, oltre ai familiari e agli amici più stretti, che aspettano una risposta.