Fatima è una bellissima bambina di quattro anni di origine macedone e il suo sottopeso è compensato da due grandi occhi neri sempre attenti a non lasciarsi sfuggire nulla. Ha come tetto un pezzo di nylon ed è abituata a mangiare poco e male. Ha imparato ad accontentarsi di ciò che ha e soprattutto a soddisfare i bisogni del momento: ogni pensiero che va oltre il presente è un lusso che possono permettersi i bambini che vanno a letto con la pancia piena, quelli che prima di addormentarsi ascoltano favole di principesse e draghi. Per lei la parola “tehara” (domani) è un non senso svuotato di qualsiasi significato concreto.

Anche la sua psiche ha individuato strategie di sopravvivenza e Fatima, quando chiude gli occhi, non sogna più. La famiglia di Fatima vive lungo il Tevere e dagli anni della guerra che ha disintegrato l’ex Jugoslavia si accampa in insediamenti tra prati, canneti e quelli che il Comune di Roma chiama “villaggi”. Il padre lavora in nero come meccanico mentre la mamma accudisce la famiglia. La città di Roma da anni si è dimenticata della famiglia di Fatima. Neanche sa che esiste.

Eppure l’Italia è uno dei 190 Paesi che ha ratificato la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Crc) e domenica 20 novembre celebrerà la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Anche quel giorno, come ogni domenica, la mamma di Fatima, non potendo lasciare la piccola a casa, la porterà con sé davanti a una chiesa del centro capitolino per stendere la mano.

Nella Capitale di diritti dei bambini se ne parla poco o nulla e giornalmente le pagine di cronaca raccontano storie di violenze e abusi, di discriminazione, di povertà e abbandono. E’ quindi importante che quest’anno, per la prima volta, il Comune di Roma abbia aperto la Sala della Protomoteca per celebrare la Giornata a partire da Fatima e dall’infanzia che vive nelle baraccopoli delle periferie romane, stretta nella morsa della povertà e dell’emarginazione.

Figli della baraccopoli. Restituire il sogno perduto è il titolo del Convegno che si svolgerà lunedì 21 novembre a partire dalle ore 17.30 con la partecipazione di autorità istituzionali e di esperti nazionali e internazionali. Nella sola Capitale sono circa 1350 i bambini come Fatima, quelli di età compresa tra gli 0 e i 6 anni che vivono in baracche prive di servizi e lontani dai centri abitati, tra cumuli di rifiuti e privati di un luogo in cui sia possibile pensare un futuro diverso. Il doppio dei minori hanno invece un’età che arriva fino ai 18 anni.

Da quando Fatima è nata, l’unica risposta che le autorità hanno saputo dare alla sua famiglia sono stati gli sgomberi forzati. L’ultimo è avvenuto il mese scorso e, mentre le ruspe buttavano giù la capanna di lamiere e legno costruita dal padre di Fatima, Amet, suo fratello, ha sommessamente detto agli operatori che seguivano le azioni di sgombero: “Vorrei gentilmente che non spaccassero più questo campo perché per colpa loro io non posso più andare a scuola“.

La scuola è un altro sogno che i bambini come Fatima non rincorrono più. Diventare avvocato, dottore o insegnante? Niente. E’ la matematica a sentenziarlo. Negli ultimi 5 anni tra i bambini che abitano le baraccopoli romane, 1 su 5 non si è mai presentato in classe mentre, su 1.800 iscritti, 9 su 10 non hanno frequentato con regolarità.

Oggi, a Roma, un “figlio delle baraccopoli” ha maggiori probabilità, rispetto a un bambino romano che abita in centro, di nascere sotto-peso, di ammalarsi di malattie respiratorie, di incorrere più spesso in casi di avvelenamento, ustioni e incidenti domestici. Lui nasce e vive in una enclave di sospensione del diritto dove le “malattie della povertà” falciano le loro vittime con tubercolosi, scabbia, nfezioni virali. Dalla nascita la sua vita è un percorso a ostacoli, una sorta di selezione naturale che termina con una storia senza lieto fine.

La civiltà di un Paese si misura con la nostra capacità di solidarizzare e con quella dei nostri amministratori di trovare risposte adeguate nella consapevolezza che il futuro di Fatima e dei suoi coetanei è indissolubilmente legato al nostro. Per questo faremmo bene ad accorgerci dei bambini – italiani e stranieri – che abitano il sottobosco delle nostre periferie. Oggi rappresentano il fallimento di scelte politiche ma domani saranno portatori di una rabbia inespressa che non capiremo e giudicheremo dimenticandoci la genesi. Anche su questo la matematica non fa sconti: ogni atomo di giustizia che oggi neghiamo sarà la massa di odio che domani ci seppellirà.