La casta è la casta, in qualsiasi paese del mondo si viva. Una volta che ci si entra dentro, è facile dimenticarsi dei cavalli di battaglia che hanno dominato la propria lotta e abituarsi alle “mollezze” della vita da parlamentare. L’ultimo esempio è quello di Camila Vallejo, leader delle proteste studentesche in Cile nel 2011, ai tempi ribattezzata come una novella Che Guevara, forte anche della sua bellezza, che l’hanno resa un volto da copertina in tutto il mondo, e ora oggetto di critiche nelle vesti di deputata del Partito Comunista. A scatenarle sarebbero state le sue dichiarazioni sul non farcela a pagare un asilo per la figlia di 3 anni, che a volte si porta dietro in Parlamento, e le sue risate durante la discussione sull’aumento degli stipendi del settore pubblico. Ma andiamo con ordine.

In una recente intervista al quotidiano Las ultimas noticias, Vallejo, 28 anni e da poco separatasi dal compagno e padre della figlia, racconta le difficoltà nel conciliare il suo ruolo di madre con il lavoro di deputata. Spesso i fotografi la ritraggono seduta nello scranno parlamentare, con la figlia Adela che gioca e dorme sotto il suo tavolo. Tanto che alcuni funzionari parlamentari le hanno gridato: “Perché non la porti ad un asilo pubblico?”. Stesso tipo di commenti anche sui social network, dove in tanti hanno rimarcato che con tutto quello che guadagna potrebbe permettersi senza problemi di pagare l’asilo alla figlia. Ma lei, nell’intervista spiega che “è difficile trovare asili, perché quelli pubblici sono occupati dalla gente più vulnerabile e sono pochi, mentre quelli privati sono molto cari. Anche se la gente crede che siamo multimilionari, tra affitto e vari pagamenti, non resta molto”. E su Twitter ha aggiunto “I miei amici Troll mi accuseranno di rubare il posto a un bambino povero se metto mia figlia in un asilo pubblico e di essere contraddittoria se la iscrivo in uno privato”.

E sempre sullo stipendio da deputata sono arrivati i rimbrotti, a lei e la compagna di partito, Karol Cariola, dopo che sarebbero scoppiate a ridere, questa l’accusa, mentre René Garcia, del partito di centrodestra Renovaciòn Nacional, definiva “meschina” la proposta dell’esecutivo di aumentare del 3,2% lo stipendio dei dipendenti pubblici. Tema questo su cui vanno avanti da diversi giorni gli scioperi. “E’ molto facile essere comunisti e guadagnare 10 milioni di pesos al mese (cioè 13mila euro)”, l’ha rimproverata Garcia.

Sempre sul web è arrivata la risposta di Vallejo, che ha precisato che lo stipendio che riceve al netto di tasse, previdenza e assicurazione sanitaria pubblica è di 6 milioni e 580 mila pesos, cioè 9.500 euro. Di questi l’equivalente di 699 euro vanno alle attività del suo distretto elettorale, 1.800 euro al Partito Comunista e 349 euro alla gioventù comunista. In più dà circa 2.600 euro per migliorare lo stipendio di 10 funzionari da lei presi a contratto per il suo incarico parlamentare, che così arrivano a guadagnare tra gli 839 e 1.258 euro al mese. Nelle sue tasche arrivano così ogni mese 2.639.371 pesos, pari a 3.691 euro, pari al 29% del suo stipendio. Roba probabilmente impensabile per i nostri parlamentari. Basti pensare a quando il deputato di Sel, Arcangelo Sannicandro, alla proposta di ridurre a 5mila euro lordi lo stipendio degli onorevoli aveva sbottato dicendo: “Non siamo lavoratori subordinati dell’ultima categoria dei metalmeccanici!”.

Tuttavia rimane un po’ l’amaro in bocca a pensare che quella che era la pasionaria della lotta per l’educazione gratuita a tutti in un paese dove l’istruzione è una delle più care al mondo, si lamenta di non farcela e non poter pagare un asilo privato (che in media costa dai 150 ai 300mila pesos al mese, cioè 200-400 euro al mese a seconda della città), quando il salario minimo di molti lavoratori è di appena 267mila pesos, cioè 373 euro. E sì che lei stessa, non più tardi di due anni fa, quando gli ex compagni di lotta studentesca e ora deputati indipendenti Giorgio Jackson e Gabriel Boric, avevano presentato un progetto di legge per ridurre lo stipendio dei parlamentari, aveva detto che “per noi comunisti la disuguaglianza si combatte con la contrattazione collettiva, la lotta per i diritti, e l’aumento dello stipendio minimo. La disuguaglianza non cambia se ci abbassano a noi parlamentari lo stipendio netto da 5 milioni a 3 milioni di pesos, perché resta sempre molto lontano dallo stipendio medio della gente, che sono 250-300 mila pesos”.