Un emendamento alla Legge di Bilancio intende aumentare da 2 a 5 giorni entro i primi 5 mesi di vita del bambino il congedo parentale per i padri. Un fulgido esempio di parità degenere, mi vien da dire. Un virtuosismo degno di nota, poffarbacco!

In Italia oramai ovunque s’invoca la parità di genere trascurando come in vari ambiti l’uguaglianza sia già una mistificazione: dal diritto di famiglia dinanzi alle Corti di giustizia, per le quali l’uomo è al più portatore sano di seme, al quale viene riconosciuto per magnanime generosità una frequentazione dei figli pari a quella dei reclusi nei penitenziari, sino alla tutela del lavoratore in caso di filiazione, nel cui ambito il padre ha diritto a ben 3 giorni (ergo 72 ore, mica poco è?) di congedo parentale retribuito. Accipicchia, di quale gran considerazione godono i padri in seno alla famiglia vista con le lenti del legislatore!

Anche l’on. Boldrini nota che 2 giorni effettivamente son pochini. E se lo dice lei, quasi quasi ci convince.

Solo pochi anni fa, secondo l’analisi realizzata dall’European industrial relations observatory nel 2008, si evidenziava come Svezia e Norvegia spiccavano tra i paesi europei quanto all’uso dei congedi parentali per i padri, al fine di bilanciare impegni per la cura familiare con l’attività professionale. In Svezia il 40,2% dei padri prende un congedo per prestare le cure ai propri figli e in un anno la media è di 27 giorni. In Norvegia l’85% dei padri prende 4 settimane.

Tra i paesi minori, dove l’utilizzo dei congedi parentali è generalmente limitato, ci sono l’Irlanda (solo il 20% li utilizza) e il Regno Unito (solo il 3%). In Spagna sono quasi solo le donne (il 98%) ad usufruirne, così come in Ungheria (98%), Belgio (91%) e Germania (97,9%). In Olanda invece lo ha utilizzato circa il 25% dei lavoratori. Il successo del congedo parentale dipende soprattutto dalle caratteristiche dello schema (durata, compensi, flessibilità, compatibilità e sovrapposizione periodo padre e madre).

Da noi pare che vi sia uno scollamento tra realtà effettiva e realtà percepita.

La realtà effettiva disegna un significativo incremento di genitorialità paterna sentita e vissuta (basta farsi un giro nei parchi nei weekend, nei cinema, davanti alle scuole quando si accompagnano e prelevano i figli etc.), consapevolmente con gioia e con senso di responsabilità del proprio ruolo, tanto nello sviluppo emotivo quanto in quelli culturale e sociale dei figli.

La realtà percepita dal legislatore e dalle Corti di giustizia ci consegna ancora oggi un ruolo marginale dei padri, quasi fossimo ancora nei secoli passati, contraddistinti dall’uomo esclusivamente lavoratore (possibilmente minatore assente per 14 ore o soldato assente per mesi) e la donna nutrice e allevatrice dei discendenti. La società è tuttavia profondamente mutata e spiace che chi è chiamato a governarne i cambiamenti non se ne sia accorto.

I diritti delle persone si costruiscono costantemente a partire dall’osservazione attenta dei mutamenti socio-culturali (si pensi da ultimo alle unioni civili) e trascurarli o ignorarli può voler significare l’indebolimento dei diritti o addirittura la destrutturazione.

Può infatti dirsi egualitario consentire al padre di condividere con la madre del figlio comune, oneri e onori nella delicata crescita del figlio, nella risibile misura di 2 giorni? Non è questa una manifesta espressione di imparità di genere? Non è questa una battaglia che dovrebbe unire tutto il pensiero femminista, nell’intento di suddividere equamente il carico dei figli?

Capita così poi di raccogliere i frutti amari di un tale pensiero d’imparità di genere, ossia di entrare in un’aula di giustizia e sentirsi dire dal giudice, rivolto al marito/padre separando che chiede ingenuamente di godere dell’affidamento condiviso in modo equo (così come avrebbe inteso il legislatore, nei suoi rari momenti di lucidità): “Ma lei è il padre, che cosa vuole di più? Non le basta vedere i figli a weekend alternati?”.