Accento spiccatamente bresciano, lumezzanese per precisione, giacca blu e scarpe di pelle, ecco come si era presentato Giuseppe Piromalli, di origini calabresi (classe 1963), in una delle prime udienze del processo che lo vede imputato per associazione mafiosa assieme a Salvatore Rachele e Giovanni Tigranate. I tre sono stati rinviati a giudizio nel settembre del 2015, a seguito della conclusione dell’indagine “Mamerte”, perché accusati di aver costituito una locale di ‘ndrangheta nel territorio bresciano, precisamente in Valtrompia. Se le accuse del pm Paolo Savio, magistrato con un’esperienza decennale presso la locale Direzione distrettuale antimafia, venissero confermate, sarebbe una delle poche conferme giudiziarie della presenza di organizzazioni di stampo mafioso nella seconda città della Lombardia.

Il processo “Mamerte” vede imputati i tre calabresi, residenti a Lumezzane, e coinvolge più di trenta persone. Si divide in due filoni di indagine su fatti accaduti tra il 2007 e il 2008: uno concentrato su reati di natura finanziaria, di cui si sono occupati la Guardia di finanza e la polizia, e uno focalizzato invece sul reato di associazione mafiosa, di cui si sono occupati i carabinieri. Un universo, quello che emerge dal processo Mamerte, che vede la commistione di business tipicamente legati all’economia illecita e altri riconducibili alla cosiddetta zona grigia, l’infiltrazione nell’economia legale. Gli indagati di entrambi i filoni erano inizialmente 49, 14 dei quali accusati di associazione mafiosa, ma solo tre sono stati poi rinviati a giudizio per questo reato.

“Esplosivi e bancarotta fraudolenta, ecco la ‘ndrangheta a Brescia”. Le accuse per quelli finiti a processo spaziano dal 416 bis al traffico di stupefacenti, dalla detenzione di armi e materiale esplodente all’evasione fiscale, dalla bancarotta fraudolenta alla distruzione delle scritture contabili di aziende usate come cartiere per riciclare denaro. Per quanto riguarda il secondo ramo d’indagine, le operazioni condotte dal nucleo investigativo dei carabinieri del Comando provinciale di Brescia hanno documentato l’evoluzione del gruppo criminale che sarebbe stato operativo nel territorio della Valtrompia.

Capo indiscusso, secondo l’accusa, è Giovanni Tigranate (detto “zio Gianni”), il quale, attivo tra Lumezzane e Laureana di Borrello (Rc), proprio in virtù della sua posizione all’interno dell’organizzazione, avrebbe assegnato la carica di “Capobastone” a Salvatore Rachele, che nel frattempo svolgeva l’incarico di messo presso il Comune di Lumezzane. Quest’ultimo, riporta l’informativa dei carabinieri, sarebbe stato quindi il capo della “locale lumezzanese” con il compito di gestire le attività criminali del gruppo, indire le riunioni operative e punire eventuali “atteggiamenti indisciplinati”. A Giuseppe Piromalli spettava invece la funzione di “vicariato del vertice” e, da quanto emerge dalle indagini, sarebbe stato proprio lui a tentare di contrastare la leadership di Rachele per allargare il giro d’affari legato al traffico di stupefacenti. Il “salto di qualità” avrebbe beneficiato del sostegno di alcuni calabresi di Oppido Mamertina (Rc) e contigui, secondo l’accusa, alla ‘ndrina dei Feliciano. Da qui la decisione degli inquirenti di denominare l’indagine “Mamerte”.

Il summit di Orzinuovi e i legami con la banda della Magliana. L’incontro, secondo gli investigatori convocato per suggellare il patto criminale, si è tenuto in una cascina di Orzinuovi (Brescia) il 24 novembre del 2007, corredato dal tipico pranzo a base di carne di capra, per discutere delle future strategie criminali del gruppo che voleva sprovincializzarsi. La cascina era di proprietà di Domenicantonio Caia, anch’egli di Oppido, da poco uscito dal carcere dopo 17 anni di reclusione per associazione mafiosa e sequestro di persona a scopo di estorsione. Le testimonianze rese in aula alle prime battute del processo dai marescialli dei carabinieri, Mario Casciaro e Stefano Bedoni, hanno ricostruito l’operazione di pedinamento e di intercettazione, telefonica e ambientale, e hanno sottolineato l’esistenza, documentata, di altri incontri operativi che venivano convocati a scadenza mensile, salvo imprevisti.

A facilitare l’incontro di Orzinuovi, secondo gli inquirenti, sono il bresciano Luca Sirani (poi condannato a 5 anni e 6 mesi in abbreviato) e il mamertino Francesco Scullino (rinviato a giudizio), figure più volte messe sotto osservazione dall’autorità giudiziaria e ora legate al filone economico dell’operazione Mamerte. Ramo d’indagine, questo, sul quale ha fatto luce la testimonianza in aula degli uomini della Guardia di finanza. Sirani, secondo l’informativa degli investigatori bresciani, era in rapporti con l’ambiente della Banda della Magliana e in particolare con Antonio Nicoletti, figlio di Enrico (“Il secco” di Romanzo Criminale). Scullino, detto “Frank”, vanta un pedigree criminale che l’ha visto coinvolto nella gestione di sistemi di false fatturazioni e di illecite compensazioni attraverso l’utilizzo di società cartiere. Meccanismi che possono garantire enormi guadagni ad un costo-rischio giudiziario inferiore rispetto a quello legato al traffico di droga.

Sirani e Scullino, secondo l’accusa, sarebbero stati a capo di un sistema di società edili in odor di ‘ndrangheta che, attraverso prestanome e operazioni fiscali, si attivava per riciclare denaro. Si sarebbero infiltrati anche nella realizzazione di grandi opere quali alcuni lavori riguardanti la stazione metropolitana di Brescia, la Pedemontana e il casello autostradale di Brescia Centro.

“Fatture gonfiate con l’ex consigliere leghista”. Al summit di Orzinuovi era presente anche Vincenzo Natale (anche lui di Oppido) che è stato poi condannato nel febbraio 2015 perché coinvolto in un sistema di frode fiscale basato sul’utilizzo di società fittizie e di fatture gonfiate. Insieme a lui sono stati ritenuti colpevoli il fratello Rocco Natale e altri due fratelli Ennio (ex consigliere regionale leghista) e Renato Moretti.

Non è la prima volta che la provincia lombarda è teatro di inchieste sulla presenza di ‘ndrine operanti sul territorio: si pensi all’operazione “I fiori della notte di San Vito” (1994), che coinvolse anche le province di Milano, Como, Varese e Pavia, e dove ricorrono nomi che si ritrovano nell’attuale “Mamerte”; o a “’Nduja” (2005), dove però le accuse di 416 bis nel bresciano non hanno retto ai tre gradi di giudizio.