Lo smacco di Padova ha lasciato il segno, tra Liga Veneta e Forza Italia è rottura totale. Il divorzio adesso è definitivo. “Mai più con Forza Italia”, questa la decisione presa a tre giorni dal siluramento del sindaco Massimo Bitonci. La Liga lascerà così come sono le coabitazioni esistenti, dalla Regione ai Comuni. Ma d’ora in poi non vi sarà alcun accordo elettorale o amministrativo con il partito di Silvio Berlusconi. Insomma, nelle elezioni di primavera la Lega andrà da sola, in Veneto, anche se accetterà la convergenza “di tutti gli uomini di buona volontà, a patto che non siano schierati sotto il simbolo di Forza Italia”.

Le parole sono del segretario Giannantonio Da Re, che alla perifieria di Padova ha presieduto un consiglio direttivo nazionale che in realtà era un gabinetto di guerra convocato dopo la rumorosa sfiducia di Bitonci. Gesto di belligeranza, hanno valutato i leghisti veneti, considerato anche che Padova era la città più importante in tutta Italia diretta da un uomo del Carroccio. L’onta è stata troppo grande, anche perché a far pendere la bilancia verso l’esodo volontario di più di metà del consiglio comunale, sono stati due consiglieri azzurri, che in giunta erano alleati della Lega.

Ecco la risposta, a distanza di tre giorni, dopo che il segretario Matteo Salvini dal palco di Firenze aveva dettato la linea. “Il direttivo all’unanimità ha deciso che per le prossime elezioni la Lega Nord non correrà con Forza Italia. E questo sia per i Comuni sopra che sotto i 15mila abitanti” ha annunciato Da Re. Decisione unanime, quindi. Escluse anche le cosiddette “biciclette”, accordi a due molto in voga nei piccoli Comuni. E per le alleanze in essere, a cominciare dalla Regione Veneto? “Non abbiamo bisogno di fare vendette trasversali. Ma ciò che è avvenuto a Padova è una linea di demarcazione, è chiaro che si tratta di un affronto al sindaco più importante che la Lega aveva. E bisognava tracciare una linea”.

In realtà Bitonci è anche presidente della Liga Veneta. Per questo il partito non ha avuto dubbi nel decidere la rottura. Per quanto riguarda il futuro sindaco di Padova, Da Re non ha ripensamenti: “Il nostro candidato unico è Bitonci. Non ci servono le primarie, le abbiamo già fatte al nostro interno”. Bitonci ha rilanciato: “E’ grave il tentativo di derubricare quello che è successo in una bega locale quando ci sono dei componenti di Forza Italia che sono andati nottetempo e sono stati tra i primi a firmare la sfiducia all’amministrazione”. E a Libero aggiunge: “Sono rimasto vittima di un golpe di Forza Italia su mandato di Silvio Berlusconi“. Alla domanda se si sia trattato di una congiura, Bitonci risponde: “Fatta di notte e con molti lati oscuri. L’unica certezza l’ha fornita Furlan, che da sabato sera è l’ex commissario cittadino di Forza Italia, quando ha candidamente dichiarato di agire su espressa delega di Berlusconi per far cadere me”. “Salvini – conclude Bitonci – ritiene che quella di Padova sia stata una gran porcata. Andremo in piazza insieme per spiegare cos’è accaduto e ripresentare la mia candidatura”.

Mentre a Padova arriva il prefetto Michele Penta, quale commissario del Comune fino alle elezioni, in casa Forza Italia si regolano i conti. All’interno si confrontano due versioni. Quella minimalista attribuisce ai padovani la gestione e l’esplosione della crisi, con la decisione dei consiglieri Manuel Bianzale e Claudio Pasqualetto (già deferiti ai probiviri), d’intesa con il commissario azzurro Simone Furlan, di dimettersi assieme ad altri 15 consiglieri di minoranza. Quella più politica vede, invece, il coinvolgimento del coordinatore regionale Marco Marin e addirittura la benedizione di Berlusconi al regolamento di conti con la Lega. A chiedere le dimissioni di Marin è l’assessore regionale Elena Donazzan: “La vicenda padovana è stata sottovalutata o c’è stata malafede?”.

Di certo i riflessi saranno pesanti e coinvolgeranno i due partiti sulle alleanze nazionali. Basti pensare al risiko elettorale che ne deriva. In Veneto, a primavera, si rinnovano un’ottantina di amministrazioni comunali, di città e paesi che hanno complessivamente un milione e 200mila cittadini. In ballo ci saranno tre capoluoghi di provincia. Oltre a Padova, anche Verona e Belluno. Il caso del capoluogo scaligero è il più emblematico e rischioso per il centrodestra, visto che il sindaco uscente è Flavio Tosi, che ha lasciato la Lega e creato un proprio movimento. Ma in tante altre piazze importanti il conflitto tra leghisti e azzurri è pronto ad esplodere, come a Feltre, Conegliano, Jesolo, Mira, Cortina o ad Abano Terme, dove gli elettori dovranno scegliere il successore di Luca Claudio, arrestato a giugno per tangenti.