Ovunque troviamo storie di violenze, guerra, crisi, vittime della malasanità, della cattiva politica, della ingiusta tassazione, delle catastrofi naturali… E i media, spesso, più che raccontare, cavalcano le polemiche, amplificando il senso di insicurezza.

Da quando ho cominciato ad esercitare la professione di medico, tenere seminari, scrivere, ho incontrato moltissime persone colpite da eventi orribili o sottoposte a traumi minori ma ripetuti e costanti. Ed è difficile, di fronte a persone che soffrono, e che comprensibilmente sono portate a incolpare un evento esterno della propria infelicità, proporre un’altra prospettiva che le liberi da uno degli archetipi più profondamente radicato in noi: quello della vittima. Esso esercita il suo potere sull’inconscio collettivo, direbbe Jung, e abita la filosofia, la storia di popoli interi, le religioni, fino a convincerci che lo status interiore di vittima sia connaturato alla stessa condizione umana.

Ma sappiamo, e le neuroscienze e la fisica quantistica lo confermano, che la realtà riflette ciò che l’osservatore guarda: allora nulla cambierà, fino a che saremo guidati nell’inconscio collettivo, dall’archetipo della vittima.

La domanda è se esista una via per trasformarlo, sostituirlo con qualcosa di diverso e così interiormente liberatorio da svincolarci dal lamento, dalla rivendicazione, dalla paura, poter trascendere il dramma della nostra esistenza, in una prospettiva più ampia. Qualcosa che ci porti a un cambiamento radicale, e ci permetta di compiere la trasformazione che tutti desideriamo verso una esistenza di gioia.

Uno degli strumenti più potenti che io abbia conosciuto è il perdono. Non il perdono in senso religioso, quello di chi dice non importa, o subisce, o si sente bravo perché capace di dire “ti perdono”. Come spiego nel libro Anatomia della coscienza quantica, si tratta di un movimento della coscienza per la coscienza stessa, che trasforma l’archetipo di vittima poiché ci libera dalla presa degli eventi che ci capitano, dal gioco di colpe e vendette, dal potere che diamo al mondo esterno di modificare il nostro stato interiore. Questo perdono è un atto egoistico, per liberarci dal condizionamento a cui sembriamo sottoposti senza soluzione.

Così scopriamo che non ci sono scorciatoie, non esiste un perdono a basso prezzo, che abbiamo avuto bisogno di situazioni in cui ci siamo sentiti vittimizzati, così da poter trasformare quella posizione: non c’è niente da perdonare, c’è da riconoscere che non ci sono vittime a meno che non scelgano di esserlo. Il vero perdono contempla la completa rinuncia alla forma mentale della vittima.

Starete pensando che siano tutte parole ma vi fornirò un esempio indiscutibile su ciò che sto dicendo. Si chiama Yolande Mukagasana, è nata in Rwanda da una famiglia tutsi, sterminata nella rivoluzione hutu, quando lei aveva 5 anni. Poi, nel genocidio del ‘94, Yolande subirà l’uccisione del marito e dei tre figli, e violenze irripetibili, come vedere strappare il cuore ad un individuo e cibarsene o violentare il cadavere di una bambina.

Ma, come si intitola uno dei suoi libri, la morte non l’ha voluta: Jacqueline Mukansonera, una donna hutu, l’ha nascosta a rischio della propria vita. Alle due donne è valso il premio Langer 1998 e a Yolande la candidatura al Nobel 2010 per la pace, perché, emigrata in Belgio, è tornata in Rwanda, nelle carceri, a incontrare gli autori del genocidio.

Ero con lei, al Convegno Internazionale Il Perdono, via per la libertà, lei che ha detto: “A lungo ho evitato il ricordo delle violenze viste e di ciò che era stato fatto a mio marito e ai miei figli. Un giorno ho capito che avrei dovuto smettere di essere una vittima. Ho pensato: “avete assassinato mio marito e i miei figli, non assassinerete anche me, togliendomi la forza di vivere, non ucciderete anche la mia di vita. Così ho smesso di essere una vittima”.

Capisco che per qualcuno le idee di questo post potranno risultare quasi inaccettabili, soprattutto se ha subito traumi e si sente ancora pieno di dolore, ma l’ho scritto forte del feedback straordinariamente positivo di lettori, allievi e pazienti che ho accompagnato sul percorso del perdono. Persino quelli che a lungo hanno subito un profondo dolore ne testimoniano il potere liberatorio, che i più recenti studi di neuroscienze dimostrano, anche a livello dei sistemi circolatorio, immunitario e nervoso.

La crisi ha assassinato la stabilità economica, la politica la fiducia nella democrazia, il terremoto il senso di sicurezza della nostra stessa terra, non lasciamo che uccidano anche il resto di noi. Questo perdono è una sfida, un invito a trasformare radicalmente la percezione del mondo e l’interpretazione di quanto ci succede nella vita, di modo che possiamo smettere di fare le vittime.