La vittoria di Donald Trump ha messo sotto accusa i sondaggi che avevano scommesso sulla vittoria di Hilary Clinton, e non solo ma anche i giornali più importanti d’America che avevano puntato sulla vittoria di Hilary. Trump ha sbaragliato il campo sconfessando alcune certezze della vigilia e soprattutto mettendo a nudo, non tanto l’inaffidabilità dei sondaggi quanto l’errore metodologico degli stessi per essersi concentrati su campioni scelti nelle aree urbane, sottovalutando le periferie, soprattutto quelle rurali. Conclusione, il sentimento che oggi prevale è di incertezza per la politica interna e internazionale. Necessariamente si deve partire da alcune cose dette in campagna elettorale e per quanto queste possano essere ridimensionate perché la politica impone il compromesso, restano i motivi ispiratori di una politica razzista e contraria al mondo arabo.

In Palestina, ad esempio, l’islamofobia di Trump e il suo disprezzo per i diritti umani (che traspare dalle sue dichiarazioni a favore della tortura, ndr), così come le sue posizioni filoisraeliane, fanno temere che il presidente americano non porrà alcun freno alla repressione israeliana e all’espansione degli insediamenti. Il tramonto di ogni prospettiva per i palestinesi potrebbe accelerare il tracollo dell’Anp, che è già sprofondata in una grave crisi di legittimità e deve fare i conti con la successione a Mahmoud Abbas.

Trump non è amato neanche nei paesi del Golfo, avendo dichiarato che questi paesi dovrebbero pagare per farsi difendere dagli Usa, e che l’Arabia Saudita avrebbe cessato di esistere senza l’aiuto americano. Ma soprattutto preoccupa il fatto che la sua retorica islamofoba e la sua insistenza sul terrorismo islamico potrebbero paradossalmente fare il gioco dell’Isis e del jihadismo. Ciò potrebbe avere ripercussioni per gli Stati del Golfo i quali, essendo percepiti come stretti alleati degli Usa, potrebbero subire un’ondata jihadista.

Questi paesi apprezzano invece la posizione anti-iraniana di Trump, in particolare per quanto riguarda l’accordo nucleare, e sperano che ciò possa tradursi di nuovo in un maggiore isolamento dell’Iran. Bisogna anche tenere presente che il Congresso è dominato dai repubblicani, che erano stati profondamente contrari all’accordo nucleare. L’accordo potrebbe anche sopravvivere, ma l’imposizione di sanzioni di altro genere non può essere esclusa a priori. Più in generale, l’arrivo di un presidente ostile all’Iran potrebbe scoraggiare gli investimenti internazionali nel paese.

Se Arabia Saudita e Qatar apprezzano la posizione anti-iraniana di Trump, sono sconcertati però dal suo apprezzamento per Putin, che sostiene Assad in Siria. Rispetto al dittatore siriano, Trump afferma di non essere un sostenitore di Assad, ma è per il mantenimento del presidente al potere perché la sua caduta spalancherebbe le porte del terrorismo. Trump ha poi mostrato di essere ossessionato dalla lotta al terrorismo, di non avere molto a cuore i diritti umani, e di avere simpatia per “uomini forti”, da Putin ad al-Sisi. Ciò potrebbe significare in Medio Oriente una rinnovata politica americana che privilegi la “stabilità” alla democrazia e ai diritti umani. Nel Maghreb ciò potrebbe andar bene a paesi come Marocco e Algeria, ma anche alla Tunisia.

Questi paesi potrebbero stringere una nuova partnership antiterrorismo con gli Usa, che per certi versi ricorderebbe quella che avevano stretto con Bush. Il giornale al Watan (Arabia Saudita) plaude all’elezione di Trump perché potrebbe mettere al centro della politica Usa la lotta contro “l’asse del male” abbandonata da Obama. Per queste stesse ragioni, sicuramente Trump va bene ad al-Sisi in Egitto, che ha apertamente mostrato di ricambiare l’apprezzamento espresso da Trump nei suoi confronti (inoltre la Clinton, quando era segretario di Stato nell’amministrazione Obama, aveva di fatto appoggiato i Fratelli Musulmani). Anche Assad in Siria spera di ricavare vantaggi dall’elezione di Trump, così come Haftar in Libia. Lo stesso Erdogan ha espresso opinioni positive su Trump, probabilmente sperando che chiuda un occhio sulla sua repressione interna.