Internet andrebbe “chiuso”, la tortura andrebbe reintrodotta, i musulmani dovrebbero essere cacciati via dagli Stati Uniti, insieme ai messicani, criminali e stupratori. Hillary Clinton non avrebbe potuto soddisfare gli Usa perché non riesce nemmeno a soddisfare suo marito e il riscaldamento globale è una stronzata che andrebbe “fermata”. Tra simili affermazioni e gesti eclatanti quali l’imitazione di un giornalista affetto da una grave forma di disabilità, Donald Trump – che secondo il New York Times avrebbe evaso il pagamento di milioni di dollari di tasse federali – è diventato Presidente degli Stati Uniti d’America all’urlo del chiaro messaggio Make America great again.

Nei corsi e ricorsi della storia, vediamo che l’allocazione di decisioni nell’ambito di una comunità locale, nazionale, globale, non è il solo aspetto che definisce la politica. Grossa parte di quest’ultima è infatti definita dal significato, dal valore simbolico che personaggi e raggruppamenti vengono a rappresentare e da ciò che – in conseguenza – viene sdoganato nell’ambito di pensieri e comportamenti di tutti i rappresentanti di quella comunità. Ed è in particolare su questo piano che, al momento almeno, Trump a mio avviso preoccupa, non certo perché temo che “chiuderà” Internet.

Nella prima concettualizzazione teorica dell’opinione pubblica, quella di Walter Lippmann, “il solo sentimento che si può provare per un fatto di cui non si ha un’esperienza diretta è quello che viene suscitato dall’immagine mentale di quel fatto. […] Ciò che l’individuo fa si fonda […] su immagini che egli si forma o che gli vengono date”. 

La conoscenza degli avvenimenti e il relativo giudizio avvengono mediante simboli e in questo senso l’opinione pubblica ha certamente a che fare con la morale. Soprattutto secondo Lippmann il simbolo si radica nella mente di una persona attraverso i leader; il test finale per un buon leader è in definitiva quello che il suo operato si lascia alle spalle tra gli uomini, le loro convinzioni e la loro volontà. Per questo temo che un Trump alla guida del Paese più potente del mondo, sia pericoloso innanzitutto per le conseguenze sul tessuto sociale del globo.

Un leader dovrebbe vedere oltre ciò che gli altri vedono, prevedere e vedere più lontano di coloro su cui esercita la leadership. Dovrebbe, in una parola, ispirarci al miglioramento, non legittimare e creare un alibi per i più bassi e biechi aspetti dell’umanità in nome di una falsa libertà e di un’insofferenza nei confronti del “politicamente corretto”. Il sesto Presidente degli Usa scrisse che un vero leader “ispira gli altri a imparare di più, a sognare di più e a fare di più” per il proprio bene e quello di tutti. E pure per Ronald Reagan, che certo non è stato un Presidente democratico, “the greatest leader is not necessarily the one who does the greatest things. He is the one that gets the people to do the greatest things”.

Per il commentatore afroamericano Van Jones è difficile spiegare al proprio figlio che qualcuno da cui si è sempre sentito offeso e insultato è diventato il loro Presidente: “Ho sempre insegnato ai miei figli a non essere bulli o bigotti, a fare il proprio dovere e a impegnarsi. Ora come spiegherò loro che Trump è stato eletto?”. Un esempio così chiaro e una domanda così semplice, in questo caso bastano credo, a lasciare preoccupati e senza risposte convincenti.