G come giungla, la notte comunque si allunga, le regole sono saltate, le favole sono dimenticate…
(Ligabue, 2016)

Mentre Donald Trump si avvicinava spedito alla sua incredibile elezione a presidente degli Stati Uniti d’America, abbiamo assistito alla partenza dei lavori della Cop22 (Conferenza delle parti sul clima). Una partenza in sordina, silenziosa, timida, frenata proprio dalle incombenti elezioni presidenziali statunitensi, quasi a presagire il disastro totale.

Sì, perché la conferenza internazionale è partita il 7 novembre 2016, sotto la grande incognita di cosa sarebbe successo negli States. Da una parte la Clinton, che avrebbe in qualche modo garantito la continuità degli impegni presi dal governo Obama, ma dall’altra parte un Donald Trump, fermo negazionista dei cambiamenti climatici. Chi ha vinto lo sappiamo e qui, davvero “la notte di allunga”, per riprendere a prestito le frasi del nostro rocker Ligabue. Una notte che rischia di diventare davvero lunghissima perché con Trump presidente il più grande Paese industrializzato del pianeta rischia di compromettere tutto il percorso, peraltro molto lento ed accidentato, finora progettato.

Il nuovo vertice sui cambiamenti climatici e sulle strategie che i vari Paesi del mondo (parties) segue il famoso Cop21 di Parigi dello scorso anno; qui si era registrato il comune intento, a livello mondiale, di riconoscere i cambiamenti climatici e di avviare un processo di riforma globale delle economie e delle scelte industriali, in tema di riduzione delle emissioni da combustione. Ma, c’è già una sorta di “macchia nera” su questa sessione: quasi a presagire l’elezione di Trump, nella sessione 2017, al tavolo di lavoro hanno coinvolto le lobby del petrolio.

“Le regole sono saltate”, per continuare la citazione musicale, poiché in una conferenza composta da delegazioni dei governi, siedono al tavolo i rappresentanti aziende quali ExxonMobil, Chevron, Peabody, BP, Shell e RioTinto, cioè i più grandi estrattori di petrolio mondiale. Allucinante pensare che, in fasi delicate come queste, possano sedere allo stesso tavolo lobby e progettisti del nuovo sistema globale che dovrebbe guidare il pianeta sulla strada della salvaguardia dai cambiamenti climatici.

Immediate anche le reazioni di molti paesi partecipanti che gridano al chiaro conflitto di interesse. Il Venezuela cita come scandaloso che si possano ammettere tali attori, definiti “non-state actors”, cioè non facenti parte di delegazioni di Stato. Differenti le opinioni della “verde” Europa, che sostiene che un summit mondiale di tale portata debba essere inclusivo e non impedire la partecipazione di nessuno. Ma allora, la domanda sorge spontanea: “Perché non sono presenti le ‘lobby degli ambientalisti’ oppure dei sostenitori delle energie rinnovabili”?

L’Australia non ravvisa che ci possa essere conflitto di interesse – dichiarazione che ha dell’incredibile – salvo poi ratificare l’accordo di Parigi (Cop21) ammettendo di fatto che i cambiamenti climatici sono un problema vero e da risolvere. Non riconoscere il netto conflitto di interesse nella partecipazione dei petrolieri è come negare, di fatto, ciò che si è riconosciuto lo scorso anno nella Cop21, cioè che i cambiamenti climatici esistono!

Se, da una parte, la Cop21 di Parigi aveva aperto alla speranza che tutti i paesi consapevolizzassero l’esistenza dei cambiamenti climatici, compresi i più reticenti quali Usa con amministrazione Obama e Cina, ora queste manovre di “apertura” alle lobby dei petrolieri suggeriscono che nulla cambia in questo mondo di affaristi e approfittatori. Far sedere al tavolo della progettazione delle regole per il nuovo mondo che verrà, proprio i sostenitori principali delle cause che hanno generato questi problemi, non è davvero considerabile come atto di inclusione, bensì come una sporca mediazione al ribasso che, temo davvero, porterà all’ennesimo nulla di fatto.

Sarò pessimista, ma queste notizie sono di quelle che davvero tolgono la credibilità ad un progetto, quello della conferenza sul clima, che sembrava prendere davvero la strada giusta.

E al fatto davvero grave si aggiunge anche il silenzio quasi totale della stampa italiano presa in questi giorni dal duello americano per la presidenza e da un referendum che davvero entusiasma pochissime persone. Se davvero siamo sull’orlo del baratro ambientale, come è stato sancito dalla Cop21 di Parigi da tutti i membri partecipanti, perché vogliamo scivolarci dentro continuando con politiche affaristiche che privilegiano i soliti noti a scapito della sopravvivenza dell’umanità? Sarò tragico nel dire ciò, perché chi scrive e, probabilmente, chi leggerà questo post non vedrà la fine dettata dai cambiamenti climatici ma chi ci seguirà ci maledirà per sempre, per aver permesso tutto ciò, in favore degli interessi privati, camuffati da “aperture” al dialogo.

Ricordiamoci che la Terra ci è stata data in prestito e stiamo però continuando a trattarla come ne fossimo gli unici padroni, senza pensare al futuro delle generazioni che verranno.