Djukanovic, Bozovic e il tentativo di complottare in Montenegro. Sorpassato con la freccia dalle elezioni americane e dalla continuata instabilità europea, il tema dei Balcani è scivolato in secondo piano, nonostante si trovi in un momento di fortissima incertezza e destabilizzazione. Lo dimostrano gli strascichi delle elezioni montenegrine dello scorso 16 ottobre quando, dopo le denunce di brogli e di corruzione elettorale presentate dalle opposizioni, si era fatta strada l’ipotesi di un colpo di Stato orchestrato ai danni del premier uscente.

Per questo erano state arrestate 20 persone serbe guidate da l’ex capo della Gendarmeria del ministero degli Affari interni della Serbia, Bratislav Dikic con l’accusa di aver creato un gruppo terroristico, che stava progettando un colpo di stato ai danni di Djukanovic, al potere da un quarto di secolo.

Tuttavia, nonostante le dichiarazioni del Primo ministro sull’esistenza di una “cospirazione serba” non ci sono prove di questo, anzi, una ce n’è: ed è quella che conduce ad un nome molto familiare all’ex premier: Radojica Rajo Bozovic. Secondo fonti investigative, Bozovic avrebbe avuto un ruolo determinante nella preparazione del colpo di Stato. Peccato che il nostro sia anche un buon amico di Djukanovic a cui sarebbe stato chiesto di orchestrare il falso golpe e scaricare la colpa sui serbi e sulle opposizioni al regime. Si tratta di un ex comandante dei “Berretti Rossi”, ovvero le forze speciali del ministero della Sicurezza della Jugoslavia le cui mani sono macchiate di sangue.

Il suo nome, oltre che essere molto noto alla giustizia balcanica, è stato citato in aula dall’Icty, il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia per i fatti di quegli anni. E nel 1998 Bozovic con un gruppo di suoi collaboratori ha stretto un solido legame proprio con Milo Djukanovic, diventando il suo riferimento.

E dopo essere stato scavalcato da altri preferiti all’interno dell’inner circle del feudatario montenegrino (che si ispira a un altro campione di democrazia e libertà come il turco Erdogan), ecco che Bozovic è stato più volte arrestato dalla polizia per vari reati. Ma grazie alla fiche a vita che ha avuto in dono dal suo protettore, se l’è sempre cavata. E’ successo anche questa volta quando il primo ministro del Montenegro ha usato i suoi legami sotterranei con Bozovic e la sua poco presentabile manovalanza per l’organizzazione di un “colpo di stato”. Bozovic non risulta fra i 20 serbi accusati del tentato golpe ed è ancora a piede libero. Intanto sui media governativi locali del Montenegro ecco citati i serbi arrestati che confessano dettagli sul piano terroristico e contatti con nazionalisti russi. Ma solo sui media controllati dall’entourage del premier uscente.

E allora? Il risultato delle elezioni in Montenegro, al netto di sospetti e menzogne, è un chiaro segno di come la gente sia stanca di Djukanovic e voglia un cambiamento. Il partito di governo DPS ha ottenuto 36 seggi su 81 in Parlamento, mentre l’intera opposizione ben 39. Ora entrambi sono impegnati in trattative con i partiti di minoranza per la creazione di una coalizione. E mentre Djukanovic si sta posizionando nell’immaginario europeo come un leader filo-occidentale affidabile (solo sulla carta) e il mondo vede le elezioni in Montenegro come una scelta tra l’opposizione filo-russo e i pro-occidentali DPS, la realtà sul terreno è molto diversa e articolata.

Come quella rilevata dall’ufficio del procuratore del Montenegro che ha ricevuto centinaia di denunce sulla compravendita dei voti, mentre gli enti preposti alla lotta alla corruzione come il Centro per il monitoraggio e la ricerca (Cemi) e il Centro per la transizione democratica (Cdt) tacciono. Al pari di Bruxelles che copre di cenere un fazzoletto di confine tra Ovest ed Est che invece meriterebbe più attenzione. E più diritti.

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