Il giorno dopo il trionfo di Donald Trump alle presidenziali, un’ondata di proteste attraversa gli Stati Uniti. Il neoletto twitta dal suo account ufficiale: “Ho appena vissuto elezioni presidenziali molto aperte e di successo. Ora, manifestanti professionali incitati dai media stanno protestando. È ingiusto!”.

Qualcuno ritwitta il suo post commentando: “La prossima tappa sarà l’accusa a ‘forze straniere ostili’ e Xi Jinping dirà: come capisco quest’uomo…”. Sì, da questo punto di vista, Trump e il presidente cinese Xi sono fatti per comprendersi. E con loro ci sono probabilmente Putin, Modi, Abe, i ‘nuovi Khan’ della politica globale.

Dopo di che, al di là delle affinità elettive, esistono gli interessi concreti. Nella giornata di lunedì Xi e Trump hanno avuto il loro primo confronto telefonico all’insegna del “mutuo rispetto”, come riportato dall’entourage del nuovo inquilino della Casa Bianca, mentre secondo la stampa cinese l’uomo forte di Pechino si è espresso a favore dello status quo. Letteralmente: “I fatti attestano che la cooperazione è l’unica scelta corretta” per il bene di Cina, Stati Uniti e mondo intero.

Tuttavia è abbastanza significativo che nel momento stesso in cui Trump superava la fatidica soglia dei 270 grandi elettori, l’agenzia Xinhua dava rilievo dalla homepage del suo sito all’incontro a Mosca tra il premier Li Keqiang e Vladimir Putin, ponendo le elezioni Usa solo in secondo ordine. Sottinteso: ricordatevi che noi, comunque, abbiamo anche altri amici.

Lu Kang, portavoce del ministero degli Esteri cinese ha dichiarato giovedì che Pechino non ha ancora espresso una valutazione sulle probabili politiche della nuova amministrazione nei confronti della Cina e la prudenza è d’obbligo. Se infatti il Trump ‘isolazionista’ di cui si è vociferato a lungo è tutto fuorché scontato, ammettendo che le notizie provenienti da Washington confermassero tale linea politica, Pechino potrebbe trarne benefici in termini geopolitici – subendo meno pressioni rispetto al ‘pivot to Asia‘ di Obama – ma guai commerciali, proprio in una fase di raffreddamento dell’economia.

Cina e Stati Uniti sono rimasti a lungo legati da quella che il sociologo filippino Walden Bello ha chiamato ‘l’economia dei galeotti incatenati’ (chain-gang economics): la Cina produceva a basso costo, gli Usa compravano e si indebitavano, la Cina acquistava il loro debito. Tale politica, di cui abbiamo beneficiato tutti come consumatori – l’invasione di merci cinesi manteneva i prezzi bassi e rivalutava i nostri salari – e abbiamo tutti sofferto come lavoratori, con il trasferimento di attività produttive oltre Muraglia – è stata criticata da molti a partire dalla crisi del 2008. E la promessa di Trump di make America great again sintetizza questo sentire: tiriamo su i muri contro i cinesi e riprendiamo a produrre a casa nostra. Lo strumento dovrebbe essere una tariffa anti-Cina del 45 per cento. Almeno a parole.

Ecco, la Cina sta aspettando di capire se alle parole seguiranno i fatti oppure no. Secondo un’analisi del Wall Street Journal, una eventuale guerra commerciale tra le due superpotenze colpirebbe soprattutto la Cina, che vedrebbe penalizzate non solo le proprie esportazioni ma anche i tentativi di fusioni e acquisizioni che sta compiendo in terra americana. Ma ne uscirebbero massacrati anche alcuni settori chiave dell’economia Usa: l’aerospaziale (Boeing vende anche e soprattutto a compagnie aeree cinesi), l’automobilistico (Chrysler e Ford perderebbero terreno in Cina rispetto a tedeschi e giapponesi), l’agricoltura (che ha nell’affamata e popolosa Cina un mercato irrinunciabile). Il portavoce Lu Kang di cui sopra ha infatti precisato che “è interesse comune di entrambi i Paesi quello di sviluppare relazioni commerciali stabili e prospere di lungo termine, e qualsiasi politico americano agirebbe nell’interesse del proprio popolo”.

In un interessante editoriale all’indomani del voto, il Global Times – sottoprodotto ‘pop’ del Quotidiano del Popolo – ha scritto che il voto Usa è soprattutto una sconfitta dell’establishment, schierato compatto con la Clinton. Dato che però, voto a parte, con l’establishment bisogna fare comunque i conti nelle politiche concrete, Trump “non farà probabilmente cambiamenti drastici nel breve termine, ed è molto probabile che non sarà all’altezza delle sue promesse elettorali. Non è abbastanza coraggioso per cambiare veramente il Paese. In un Paese controllato dell’élite come gli Usa, la maggior parte di coloro che detengono il potere non supportano Trump. E gli alleati degli Stati Uniti in tutto il mondo faranno pressioni su Washington per trattenere Trump dalle tentazioni isolazioniste”.

C’è poi l’aspetto geopolitico, e qui l’incertezza regna sovrana. Da tempo la Cina cerca di stabilire con gli Usa un rapporto privilegiato, con la formula “nuovo tipo di relazioni tra maggiori potenze“, a cui l’amministrazione Obama si era sempre sottratta nel nome dell’eccezionalismo Usa, di cui Hillary Clinton era considerata a Pechino una delle maggiori artefici. Ora, osserva sempre il Global Times “al nuovo presidente manca esperienza diplomatica”. Il Trump businessman “potrebbe non essere così fortemente avverso a uno scenario win-win con la Cina come il precedente establishment politico degli Stati Uniti“. Ma potrebbe anche cercare consenso “tra i gruppi d’élite, cercando di essere ‘abbastanza duro’ con la Cina”.

Comunque sia – osservano da Pechino – “il futuro delle relazioni sino-americane non deve essere determinato dal suo carattere. La Cina deve salvaguardare i propri interessi con le proprie forze. La Cina è uno dei paesi più rapidi nella capacità di adattamento. È in grado di far fronte al cambiamento di leadership degli Stati Uniti“.

Così Pechino si è già portata avanti con i compiti. La visita in Cina del presidente filippino Duterte e tutte le sue recenti prese di posizione anti-Usa – ultimo episodio, la cancellazione di una commessa militare – sembrano andare nella direzione voluta dalla leadership cinese: avere solidi e rassicuranti relazioni bilaterali con gli altri Paesi dello scacchiere asiatico orientale per rompere l”accerchiamento’ tentato dal ‘pivot to Asia’ di obamiana memoria. Si attende la contromossa – se ci sarà – di Donald Trump.

di Gabriele Battaglia