di Alessandro Xenos

La riapertura del Bataclan e di tutti i locali in cui quell’odiosa notte di un anno fa 130 persone persero la vita, è una notizia che mi riempe di gioia, e non posso biasimare chi ha voluto prendere parte a questo momento. È stato importante ripartire, prendere coscienza delle paure che hanno segnato negli ultimi mesi la vita di tutti coloro che vivono in Francia, affrontare il sentimento di insicurezza che inevitabilmente condiziona e continuerà a condizionare le nostre scelte: per quanto questo sentimento possa essere amplificato dai media, sarebbe disonesto negare la sua presenza nel nostro quotidiano. Le commemorazioni servono a questo, a ricordare insieme per non dimenticare, per non essere condannati alla ripetizione.

Purtroppo però la memoria della nostra società è corta e quando dei sentimenti che appartengono alla sfera dell’intimo diventano pubblici risulta estremamente facile riprenderli, modellarli e interpretarli a piacimento. Ne sono un esempio la manifestazione che seguì gli attacchi alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo (il 7 gennaio 2015), la morte di una poliziotta a Montrouge (8 gennaio 2015) e la morte di quattro  persone di origine ebraica per mano di Amedy Coulibaly all’interno del supermercato ‘Hyper Casher‘ kosher di Parigi (9 gennaio 2015). Da marcia spontanea di unione nazionale contro il terrorismo e quindi implicitamente anche contro la stigmatizzazione della popolazione musulmana, è diventata il simbolo delle divisioni e della debolezza del Paese di fronte alla minaccia terrorista. Con uno slogan, “Je suis Charlie”, ormai svuotato di significato per l’eccessivo uso, con un’idea di unione nazionale che non può funzionare, come dimostrerebbero gli attacchi che hanno insanguinato la Francia a inizio 2015.

Le commemorazioni diventano allora una scusa per alimentare le fratture, per lanciare messaggi di guerra o giustificare il prolungamento dello stato di emergenza (in vigore almento fino a gennaio 2017), dato che in Francia ogni volta che si presenta un ostacolo viene rimesso in questione tutto il modello di integrazione, per imputare le falle della società al “cattivo atteggiamento” di una parte della popolazione. È uno scenario che abbiamo già visto dopo le rivolte nelle banlieue del 2005, ma anche, cosa ancor più grave, dopo la serie di sconfitte della Nazionale di calcio dal 2006 a oggi. E a cinque mesi dalle elezioni presidenziali – che si terranno il 23 aprile (primo turno) e il 7 maggio (secondo turno) 2017 – questo tipo di discorso politico ha già preso il sopravvento su qualsiasi altro tema.

Esiste un problema relativamente nuovo e solo adesso iniziamo a capirne i meccanismi, un anno o due non sono abbastanza per portarne alla luce tutti i dettagli. Sappiamo che gli attentatori, quasi tutti europei, hanno utilizzato le rotte dei migranti per circolare liberamente in Europa. Sappiamo in che modo sono riusciti a procurarsi le armi. Sappiamo chi è stato a impartire gli ordini direttamente da Raqqa, capitale dell’autoproclamato Stato islamico. E sappiamo che dietro tutto questo c’è un’idea di società che non ci corrisponde. E quando dico “ci”, parlo a titolo collettivo: dei miei colleghi, del negoziante sotto casa, dei miei vicini e amici, di tutte le persone che ho potuto conoscere in quasi sette anni di vita in Francia.

Proprio per questo però, oggi, rispetto a un anno fa siamo più coscienti del problema del jihadismo in Europa e possiamo circoscriverlo e fare in modo che i sentimenti di ingiustizia, rabbia e vendetta non dominino il nostro quotidiano. Oggi possiamo scegliere di ricordare insieme le vittime in un momento di unione oppure continuare ad alimentare l’odio, promosso da certi autoproclamati intellettuali, o sostenere guerre generatrici di mostri, o, ancora peggio, mostrare indifferenza verso tutto ciò che ci sembra estraneo.

Spero che queste commemorazioni del 13 novembre ci siano doppiamente servite: da una parte, per toglierci di dosso la coazione a ripetere gli stessi errori; dall’altra a onorare semplicemente la memoria di chi ha perso la vita quella (e non solo quella) sera.