A me non preoccupa Donald Trump. A me preoccupano i tanti che, qui in Italia, non aspettavano altro. Quelli che “il popolo si è espresso” e “gli intellettuali non hanno capito niente”. Quelli che “dopo la Brexit, quanto ci metterete ancora a capire?”. A me preoccupano, e un po’ mi disgustano, quelli che non vedono l’ora di spazzare via quella patina di civiltà di cui ci siamo ricoperti, che vedono nel voto per un candidato che promette il muro contro i musulmani e il freno all’immigrazione irregolare (lui, marito di una immigrata irregolare e nipote di un immigrato) l’autorizzazione a liberare i propri istinti peggiori, a smetterla di contenersi.

A me preoccupano, e un po’ mi disgustano anche, quelli che ora celebrano la fine del politically correct. Perché ora che alla Casa Bianca ci sarà Donald Trump, si potrà finalmente tornare a dire “negro” invece che “afroamericano”, “frocio” invece che “gay”. Basta anche con tutte queste differenze incomprensibili tra musulmani, arabi, terroristi islamici e cittadini laici di Paesi a maggioranza islamica, sunniti e sciiti. Non sono forse tutti potenziali kamikaze?

O meglio: in America non si potrà comunque, la “N word” resterà tabù, ci vorrà tempo per ribaltare le sentenze della Corte suprema sul matrimonio gay e cancellare i diritti civili, ammesso che davvero le istituzioni americane si rivelino così fragili. Ma basta guardare un po’ di talk italiani di queste prime ore post-elettorali per vedere con quale gusto gli odiatori di professione, quelli delle battaglie contro “gli immigrati che ci costano 35 euro al giorno”, salutano l’arrivo di un loro nuovo campione.

La vittoria di Donald Trump non è quella del “popolo” contro l’establishment. Per definizione, se qualcuno arriva alla Casa Bianca, significa che è già da parecchio tempo establishment. E se ha un tale controllo sulla politica e la finanza da poter marchiare con il proprio cognome interi grattacieli nelle grandi città degli Usa, non può certo essere visto come uno fuori dal “sistema”.

Questa non è il trionfo della gente comune contro i politici, non è il riscatto dell’uomo comune contro il potere costituito, le lobby e tutto il resto. E’ la vittoria di un candidato su un altro, di una destra populista su un’altra destra meno populista (quella di Hillary).

Quando i politici – e gli intellettuali che si prestano a fare loro da cortigiani – parlano di “popolo” vanno guardati con una certa diffidenza. Il “popolo” non ha tutto gli stessi interessi, le stesse priorità, i medesimi valori. Anche chi non ricorre a espressioni come “lotta di classe” riconosce che nella società ci sono interessi divergenti, gruppi che competono per aggiudicarsi le risorse scarse che la politica deve distribuire. In Italia, per esempio, in questi anni sono stati i pensionati e pensionandi, oltre alle imprese, a beneficiare delle politiche pubbliche, mentre risultano penalizzati i giovani, i lavoratori flessibili e precari e gli incapienti, quelli troppo poveri per pagare le tasse.

Il “popolo” può essere soltanto l’insieme di tutti, quello che ha la sovranità, non una delle parti che si contrappongono nel gioco democratico. Chi dice di rappresentare il “popolo” commette un abuso. Vuole soltanto nascondere gli interessi di parte che cerca di difendere.

Per questo in tanti hanno protestato nelle strade dell’America dopo la vittoria di Donald Trump. Per questo giornali che hanno sempre rappresentato la parte più radicale, liberal e progressista della cultura anglosassone, come The Nation, dicono che “la storia ci giudicherà” non tanto per l’elezione del presidente dal ciuffo arancione, ma per come reagiremo. Se cercheremo di difendere le conquiste che, faticosamente, al prezzo di tante vite, abbiamo raggiunto. O se invece ci arrenderemo a chi è pronto a rinunciare ai valori di cui andiamo fieri, quelli che ci ricordiamo di solito soltanto dopo un attentato dell’Isis, per assecondare gli egoismi, i pregiudizi e l’ignoranza.

Se devo scegliere tra il New York Times che ha denunciato gli insulti di Trump alle donne e ha fatto inchieste sulle accuse di molestie nei suoi confronti  e “The Donald” che quegli insulti li ha pronunciati e quelle donne molestate, preferirò sempre il New York Times. Da mesi ero convinto che Donald Trump sarebbe stato un presidente migliore di quanto si teme. Ma se un giornale come Libero titola “Trump, uno di noi” a me viene in mente una sola risposta: no, cari amici di Libero. Trump non è “uno di noi”. Al massimo è “uno di voi”. E voi forse adesso siete in maggioranza. Ma non siete “il popolo”.

Se anche la maggioranza sceglie di eleggere Trump o vota per la Brexit o magari domani per Marine Le Pen, non per questo significa che sia saggia, che stia perseguendo il benessere di tutti, che non ci siano alternative. Significa solo che quelli che la pensano così, quelli che vedono negli immigrati un pericolo e nella globalizzazione la minaccia, sono tanti. E che quelli che la pensano diversamente devono smetterla di snobbare il confronto, di rifiutare di confrontarsi con chi giudicano grezzo, privo di argomenti, razzista, xenofobo o semplicemente stupido. La Brexit e Trump non sono l’unico esito possibile. Quindi al titolo di Libero, preferisco di gran lunga quello di The Nation: “Welcome to the fight”.