Sofia Rosano, 17 anni di Monreale (Palermo) è tornata da poco dagli Stati Uniti d’America. Lei che ha vissuto per un anno negli Usa, da studente ospite di una famiglia, l’altra mattina si è svegliata con le idee chiare su ciò che è accaduto. Ha aperto gli occhi, ha riavvolto il film dei ricordi, ha sfogliato le immagini raccolte in 365 giorni vissuti in America e non ha avuto dubbi su quanto accaduto. Nulla è avvenuto a caso. E nemmeno di “pancia”. Ecco la sua testimonianza.

“We’re doomed” ,“Siamo condannati”, è stato il primo messaggio che ho letto questa mattina, inviato da una mia amica di Lacey, Washington State, la città in cui ho vissuto per nove mesi l’anno scorso. Un po’ tragica forse, o forse no. “Ognuno ha quello che si merita”è stata la prima cosa che ho pensato mentre correvo a controllare l’andamento delle elezioni su Internet. Si perché, volendo essere forse anche un po’ estremisti, penso che gli americani meritino veramente uno come Trump come loro presidente. Anche se non pensavo fosse neanche lontanamente possibile che qualunque nazione nel 2016 potesse eleggere un razzista, misogino, omofobo, con zero esperienza politica. Ancor di meno se il Paese in questione sono gli Stati Uniti, potenza mondiale che tanto vanta di essere “the land of the free” in cui libertà e diritti uguali per tutti sono le idee base su cui si fonda la loro Costituzione.

Passato lo shock iniziale ho capito che forse la sua vittoria non era così imprevedibile: mi ero semplicemente rifiutata di crederci. L’anno scorso, i segnali avrei dovuto coglierli. Sapevo che la mia famiglia ospitante, alla fine, avrebbe votato per lui, perché “meglio un buffone Repubblicano che una bugiarda come la Clinton”. Ho più volte sentito persone lamentarsi di come entrambi i candidati fossero terribili, e di come forse non andare a votare sarebbe stata la scelta migliore, perché meglio non votare che dare il voto a uno dei due. Vedevo i miei amici e compagni, gran parte maggiorenni, per lo più disinteressati all’argomento “elezioni”, tranne quei pochi, accaniti, seguaci di Trump, che magari venivano anche a scuola sfoggiando magliette sulle quali “MAKE AMERICA GREAT AGAIN” era scritto a caratteri cubitali, con tanto di faccia del neo presidente stampata. Questi ragazzi andavano in giro vantando di come loro e la loro famiglia appoggiassero la sua candidatura perché “Lui sì che saprà risanare l’economia; “Lui sì che creerà più lavoro”; “Con la sua esperienza in campo economico, l’America tornerà quella di una volta”. E ancora: “Avrà anche dei modi poco ortodossi, ma almeno è brutalmente onesto”.

E la politica estera? E le relazioni internazionali? E il grande muro che pensa di costruire per fermare l’immigrazione? Come tratterebbe quest’uomo con i Paesi più ostili al potere americano, con i suoi “metodi poco ortodossi” forse? Avevo visto i suoi comizi elettorali e vedevo come riusciva a tirar fuori la rabbia da ogni singolo partecipante, come li convinceva che tutto in America andava male e che il Paese stava andando a rotoli: tutti urlavano e applaudivano e sventolavano cartelli, quasi fosse una partita di hockey. Tutte le persone presenti ai suoi comizi erano e sono fermamente convinte che lui sarà per l’America una guida, che lui sia stato la scelta giusta. Non sto parlando di ricchi magnati convinti che Trump li aiuterà a fare i loro interessi, ma di cittadini ordinari, stanchi di vivere in case troppo piccole e con troppi pochi soldi da spendere in quello che ormai è diventato un Paese consumistico fino ai livelli dell’inverosimile.

Eppure mi rifiutavo di credere che una cosa del genere fosse possibile, che la sua candidatura non fosse altro che un grande scherzo e che ci fosse una minima possibilità della sua vittoria. Sono andata a letto la sera dell’8 novembre del tutto convinta che non avrebbe vinto. Perché Hilary Clinton non sarà sicuramente uno stinco di santo, e volendo avrei preferito un altro candidato, ma sicuramente sarà più adatta, più preparata e più sicura su come guidare questo Paese di Donald Trump. Eppure, alla fine ha vinto lui. Perché gli Americani hanno lasciato che vincesse. Perché i ragazzi si sono lasciati influenzare dal parere dei genitori, perché gli indecisi avranno lanciato una monetina, o peggio, saranno rimasti a casa. Perché i voti di chi ha votato il terzo partito sono stati essenziali per la vittoria di Trump, senza i quali avrebbe perso qualche Stato.

Forse non sarei dovuta rimanere sconvolta da una notizia del genere, perché la mentalità americana l’ho conosciuta e vissuta. Ho visto il disinteresse, la disinformazione e la cattiva-informazione di adulti e ragazzi sugli avvenimenti di cronaca, sulla politica interna e non, su qualsiasi argomento andasse al di fuori della routine quotidiana, verso ciò che non li tocca giornalmente. E non sto dicendo che si debba fare di tutta l’erba un fascio e che tutti gli Americani siano con la testa per aria. Sicuramente ci sono tantissime persone negli Stati Uniti che non rispecchiano affatto il tipo di persona che ho appena descritto, ma non sono sicura che la maggioranza della popolazione sia formata da quest’ultime. Tutti questi “difetti” nella mentalità americana erano cose che, i primi mesi, non potevo evitare di notare e che sicuramente non mi aspettavo. Ho conosciuto ragazzi convinti che Venezia fosse la capitale d’Italia; ho sentito professori rispondere alla domanda “ma la conoscenza non è potere?” dicendo che “Questo è solo quello che la scuola vuole insegnarvi, ma nella vita reale sono i soldi il vero potere”.

E per quanto possa sembrare una visione un po’ esagerata e pessimistica ho conosciuto tantissimi altri ragazzi che, venendo da altri Paesi, europei e non, si sono ritrovati spiazzati come me. Col passare dei mesi ho cominciato a farci sempre meno attenzione, anche se forse il fatto di rimanere comunque in contatto con i miei amici e la mia famiglia e di poter comunque avere conversazioni “stimolanti”, in qualche modo con il mio padre ospitante e qualche ragazzo, straniero come me, mi faceva pesare la situazione di meno. Arrivata agli ultimi giorni del mio soggiorno non volevo più andarmene, perché vivere in quella situazione di leggerezza, e direi anche ignoranza, si stava proprio bene. Mi ero lasciata trasportare totalmente in un mondo d’incoscienza, seguendo come i miei amici si comportavano, quello che i miei genitori e la mia famiglia si aspettavano da me.

Tornare in Italia è stato uno shock, mi ci è voluto un bel po’ per riabituarmi. Ho amato l’America ed è stata un’esperienza che mi ha probabilmente segnata a vita, è stato un luogo dove ho conosciuto persone fantastiche e dove ho vissuto tantissime esperienze che mi hanno aperto gli occhi su molte cose. Ma riflettendo su tutto questo capisco che forse l’idea degli Stati Uniti d’America che eleggono come loro presidente un personaggio come Donald Trump non è poi così folle. Continuo a pensare veramente che il popolo americano ha eletto il candidato che meritava, perché alla fine è stato il popolo a eleggerlo, la scelta era in mano sua. Si raccoglie ciò che si semina.