L’auto a guida autonoma campeggia stabilmente tra i principali argomenti dei vari media, eppure ci sono aspetti di questa tecnologia che non si conoscono o che sono stati dimenticati. Come ad esempio il primo furgone con il quale si iniziò a lavorare sul concetto di veicolo capace di muoversi da solo nel traffico: si va indietro addirittura agli anni ‘80, quasi impensabile tenendo conto del livello tecnologico dell’epoca. Il mezzo in questione, nello specifico, è il NavLab, risale al 1986 ed era stato realizzato dalla Carnegie Mellon University, con l’idea specifica di affidarne il controllo ad un computer.

Numerose le analogie con gli sviluppi attuali, come illustra il sito Technology Review del prestigioso MIT (Massachusetts Institute of Technology), cominciando proprio dal sistema “cuore” dell’auto, il rilevamento a distanza di oggetti o superfici. In poche parole, strada ed occupanti di fronte al veicolo che procede: già ai tempi, veniva impiegata la tecnologia Lidar, radar a impulsi luminosi (laser) in grado di mappare lo spazio circostante. Proprio come avviene sui prototipi attuali.

A cambiare sono le dimensioni di ogni elemento, naturalmente. Ai tempi, il van impiegato era necessariamente voluminoso per poter ospitare al suo interno tutte le attrezzature, pesanti e macchinose al punto da sembrare l’interno di quei furgoni dell’FBI che si vedono in numerosi telefilm. Oggi, le vetture di Google ed altre aziende impegnate in guida autonoma fanno sembrare questa tecnologia ad un passo dalla produzione in serie, per la pulizia e la miniaturizzazione di ogni componente.

Ma c’è ancora parecchia strada da fare per l’automobile automatizzata. “Il nodo da sciogliere è sempre quello antico”, spiega William “Red” Whittaker, tra i creatori del NavLab e “leggenda” della guida autonoma: “tuttora rappresentato dalla necessità di dover mappare e codificare le reazioni giuste del veicolo nei casi-limite. Che sono imprevedibili, potenzialmente infiniti: sensori malfunzionanti, resi poco efficaci da maltempo o abbagli dovuti alla rifrazione particolare della luce, o ancora ostacoli. E non finisce qui, perché c’è di mezzo l’ignoto e semplicemente non è possibile programmare una macchina per qualsivoglia situazione immaginabile. Così, ad un certo stadio, ci si deve per forza affidare alla fiducia che la macchina stessa in qualche misura se la caverà sfruttando la sua intelligenza artificiale. Ma è ben difficile credere sinceramente in questo, sapendo che il più piccolo dei fraintendimenti – un sacchetto di carta scambiato per una grossa roccia – potrebbe già portare l’auto ad un comportamento pericoloso”.

Resta però la speranza, concludono con filosofia al MIT, di non dover attendere altri trent’anni – quelli sinora trascorsi dal NavLab – per veder finalmente realizzata la rivoluzione della guida autonoma.