Passano le ore, passano i giorni ma non non mi sembra proprio che stia emergendo un’analisi convincente di ciò che è successo in Usa. Lo shock è grande, enorme, ma soprattutto mi sembra che ci sia un rifiuto consolidato a digerirla. L’America malata? Forse, ma i veri malati siamo noi, presunti saggi di un’epoca difficilissima e pericolosa che ci accorgiamo di avere la vista miope, astigmatica e catarattosa.

La frattura fra un mondo ‘umanistico’ e un mondo ‘finanziario’, dove alla parola ‘umanesimo’ si è totalmente sostituita la parola ‘finanza’, non poteva essere più eclatante.

Mi viene in mente la Magna Grecia, nel senso con cui la citava l’avv. Agnelli: un mondo affascinante, bellissimo, ma fatto di tantissime torri d’avorio all’interno di cui alberga un intellettuale che parla solo con se stesso. L’altro ieri è morto Umberto Veronesi che diceva: “Non fidatevi di quel che sapete: mettetelo sempre in discussione, siate curiosi”; ma anche Steve Jobs, che diceva “siate affamati di novità, di curiosità, di critica impietosa…”.

Qui non è la ‘stampa’ che ha toppato: tutti noi, intellettualoni, abbiamo toppato. Io non so quanta disistima ricadrà sulle nostre teste, ma sarà tanta e anche molto puzzolente.

C’era un campanello d’allarme che in effetti era grande come il campanone di Rovereto ed era (è) la progressiva e inarrestabile crescita delle diseguaglianze sociali: i ricchi che diventano più ricchi e i poveri che diventano sempre più poveri. Non solo, per i primi c’era (e c’è) il rischio/certezza di finire involvolati in una sfera di sordità, di autocompiacimento perfino delittuoso; per i secondi il rischio/certezza di vedere sparire la speranza dell’ascensore sociale, quella che fa pensare a un futuro migliore per i nostri figli.

A ben pensarci, questa considerazione è sempre alla base delle rivolte sociali, anche ipersanguinose.

Al 1992 risale il mio ultimo viaggio in Usa: passai da Pittsburgh, da Birmingham, così come da Boston, da Portland (Maine), da Washington e da altre parti degli Stati Uniti. Se era del tutto normale avere visioni ordinate, pulite, belle delle città non-industriali, era però altrettanto normale vedere scenari belli, ordinati delle città industriali: pochi giorni prima Pittsburgh era stata colpita da un tornado, così come Boston che il giorno successivo all’uragano era già linda e pulita come fosse una cittadina svizzera.

Poi, dopo pochi anni, cominciai a ricevere le immagini ‘alla Detroit’, degne di un grosso declino industriale e di una spaventosa iniquità sociale, dove di certo una parte della popolazione americana mostrava di non avere nessuna cura di un’altra parte, tragicamente diseredata. Case ridotte a catapecchie, mi sorpresi a riflettere sulle bellissime e linde casette di legno che avevo visto che però erano il segno di una sorta di povertà, non di ricchezza: se non le curi degradano rapide verso la fatiscenza.

Io quelle visioni non le avrei mai potute immaginare: eppure in un baleno erano diventate realtà. Da noi la stessa musica: quanto spesso capita di transitare nei pressi di scheletri industriali, testimonianze di una vita accettabile che oggi per molti non c’è più.

E noi, ‘intellettualoni’ che cosa abbiamo fatto nel frattempo? Ci siamo impegnati a riflettere e a cercare di dare contributi costruttivi per uscire da questa tragedia? No,  abbiamo finto di pensare futuro ma ci siamo appiattiti in una attesa (alla siciliana) che l’onda passasse per poter rialzare il capo. Solo che l’onda tarda a passare e, per quel poco che possiamo vedere, la burrasca è in atto. Se gli operai votano un buzzurro siffatto, uno che non si è mai sporcato le mani con i loro problemi, allora vuol dire che i malati stanno proprio ricusando i loro medici perché non se ne fidano proprio più.

E se Trump fa flop (come succederà, e non per colpa sua), che cosa resterà ai diseredati da fare? E noi, intellettualoni da strapazzo, che cosa aspettiamo per fare il nostro dovere nei confronti della comunità umana che ci ospita e sfama? Ricorriamo al giochino del “è la colpa della stampa?”.