Sono in molti a sbalordirsi del risultato delle presidenziali americane e a inorridire di fronte all’elezione di un personaggio il cui curriculum politico non va oltre un’obbrobriosa collezione di frasi sessiste, degradante xenofobia, minacce autoritarie e boutade elettoraliste. Se Donald Trump rappresenta senza dubbio la negazione degli ideali di libertà e democrazia, il voto americano non deve però stupire più di tanto. E non solo perché la Brexit ci aveva già avvertito che gli elettorati di Paesi cosidetti “maturi” possono a volte tradire aspettative e sondaggi scegliendo l’opzione “oscena” in campo. In generale, si dà troppo per scontato che certi ideali nobili che hanno messo radice nel passato siano assimilati una volta per tutte e che qualsiasi forza che li nega si collochi automaticamente al di fuori del consorzio politico. Per sorreggersi, questi ideali hano infatti bisogno della stessa forza di cui hanno avuto bisogno per iniziare a essere. Tutto è contingente: quando un particolare ordine sociale diventa troppo stretto, tutto rischia di essere rimesso in discussione – anche quanto di buono il vecchio ordine sembrava offrire.

Ma c’è un altro insegnamento da trarre dall’elezione di Trump, cogente quanto il primo e complementare ad esso. Tra i benpensanti c’è la tentazione di credere che coloro che hanno votato per Trump siano degli imbecilli o degli ignoranti patentati. Si dolgono – e fanno bene – per l’elezione di un personaggio pericoloso che mette a repentaglio i diritti e le libertà di diverse comunità, ma abdicano a comprendere il contesto che ha permesso la sua elezione. Così facendo, creano le premesse per far sì che il populismo di destra abbia la strada spianata. Come è possibile che gli americani abbiano scelto Obama non più tardi del 2012, mentre ora infliggono a loro stessi e al mondo 4 anni di Trump? I benpensanti non se lo riescono a spiegare.

Obama non ha certo rappresentato un’opzione rivoluzionaria, ma ha quantomeno cercato di ripulire la finanza americana dagli scandali più vistosi, pur senza riformare le radici di un sistema depredatore. A differenza di Obama, Hillary Clinton è una donna che qualsiasi americano associa automaticamente con un establishment economico e finanziario discreditato. Il ruolo delle grandi banche nella crisi del 2008 e i suoi strascichi è d’altronde riconosciuto e documentato ampiamente. Parallelamente, i flussi di una globalizzazione senza controllo condannano comunità intere ad un senso di impotenza e di precarietà. Gli eventi traumatici creano le condizioni per un ripensamento delle fedeltà politiche e per un rinvio a giudizio delle élite che hanno sabotato un passato fatto di maggiori sicurezze.

Trump è chiaramente un pezzo di establishment, ma è stato abile nello smarcarsi dal suo milieu di provenienza e nel fare le veci del candidato anti-sistema. Ha così attinto dal più retrivo dei repertori della destra, ma non per questo si può dire che non sia andato a pungolare inquietudini e rivendicazioni reali. Nel primo tweet da Presidente eletto, ha scritto “L’uomo e la donna dimenticati non saranno mai più dimenticati” (The forgotten man and woman will never be forgotten again).

La chiave di lettura radica proprio qui: in un’epoca di crisi, il bisogno di protesta radicale e di cambiamento è sempre prioritario rispetto ai contenuti che incarnano questo bisogno. Per quello, se la socialdemocrazia, in America così come nel resto del mondo, si limiterà a riproporre candidati estranei agli umori popolari e riluttanti a rappresentare la voce degli esclusi dal sistema, è destinata a venire sconfitta cocentemente una volta dopo l’altra. In realtà, l’antidoto per arginare le derive reazionaria à la Trump non è più nelle mani dei socialdemocratici. Solo l’organizzazione di un progetto populista progressista, capace di rivendicare gli stessi malumori ma di declinarli in termini di maggior democrazia, potrà creare una nuova identità che mandi in soffitta l’autoritarismo di destra e faccia davvero i conti con i potentati economici.

@mazzuele