Quando me ne sono andato dalla festa elettorale organizzata dall’ambasciata americana a Roma arrivavano i primi exit polls e c’era un clima da scampato pericolo: tutti aspettavano, annoiati e tranquilli, una vittoria di Hillary Clinton che non entusiasmava nessuno. Sempre meglio di quel pazzo di Donald Trump.

Poi è andata come è andata. Trump è il presidente eletto. Personalmente, l’ho sempre preso sul serio e non ho mai considerato la sua possibile vittoria come l’inizio dell’apocalisse.

Il suo primo discorso dopo la vittoria già indica la prevedibile evoluzione da candidato a presidente. Nessun invito a “lock her up”, a ingabbiare Hillary Clinton, niente muri contro gli immigrati e così via. È probabile che molti di quei temi resteranno confinati nella campagna elettorale. Purtroppo non tutti. Ma sicuramente il Trump divisivo che abbiamo conosciuto non sarà quello dei prossimi quattro anni.

L’unica scelta concreta “presidenziale”, finora, è stata quella di Mike Pence come vice: uno che alla violenta convention di Cleveland parlava di afroamericani, diritti ai gay ed elogiava John Kennedy. Già quella una nomina pensata per il dopo, più che per la campagna elettorale.

Dopo otto anni di presidenza democratica, con politiche che molti negli Usa considerano “socialiste” (Obamacare, interventi pubblici nell’economia), era fisiologico aspettarsi una spinta verso il cambiamento a destra. La scialba campagna di Hillary ha ripreso tutto il pragmatismo della presidenza Obama senza nulla del suo entusiasmante slancio ideale.

La vittoria di Trump è soprattutto colpa di Hillary.

Resta la violenza verbale della campagna, l’incapacità della candidata democratica di sembrare istituzionale a fianco di un populista da Twitter. Una violenza che ha tirato fuori anche il peggio della stampa anglosassone, che ha sempre reagito in modo pavloviano alle provocazioni di Trump, spostando il dibattito sul suo terreno. Hanno perso anche e soprattutto loro, il New York Times, il Washington Post è così via.

Ora inizia una seconda fase. Trump lo valuteremo da presidente. Quello che è successo in campagna elettorale ci offre solo qualche indizio, ma non ci sono automatismi.

The Donald non ha dietro quella macchina ideologica e di potere che ha sostenuto le ultime presidenziali repubblicane. Per certi aspetti è davvero mister Smith che va a Washington. Si misurerà la solidità delle istituzioni americane che sono molto più forti di quando pensiamo nella nostra visione semplicistica di un’America tutta appesa alla Casa Bianca.

Mai come oggi bisogna ripetere il solito auspicio: “God bless America”. E pure noi, se può.