Non so perché mi è venuta voglia di raccontarla proprio il giorno dell’Election day che tiene mezzo mondo con il fiato sospeso. Sarà perché mi ha scritto l’amica da una vita Pilar Crespi che da una vita vive a New York un lapidario messaggio: “Se vince Trump è l’apocalisse”. O semplicemente perché sono una grande fan di Ruggiero di Luggo, un istrionico self made man, geniale senza mai montarsi la testa, uno di quelli di cui si è perso lo stampo, si è persa la memoria. E’ l’anti Trump per intenderci.

“Novant’anni fa nasceva un bambino destinato a scrivere la storia di questa azienda. Un bambino che è diventato marito, papà, nonno, bisnonno e presidente encomiabile. Ancora oggi un faro per tutti noi”. Così i dipendenti della Fiart Mare e Fiart Cantieri Navali hanno firmato la targa d’argento con la quale hanno omaggiato l’ingegnere Ruggiero di Luggo, Cavaliere del Lavoro. E’ il nostro Bernardo Caprotti (l’inventore dell’Esselunga), made in sud.

ruggiero-di-luggoRuggiero commosso ricorda i primi passi aziendali: “All’inizio fu Conchita. Ancora oggi quando guardo quella foto in bianco e nero mi viene un fremito di tenerezza. Non ricordo se la scattò qualcuno della famiglia o qualcuno del cantiere. C’era la nostra 600 aziendale, targata NA 127132 e sul tetto, su un portabagagli un po’ precario, c’era lei: Conchita. Era il gennaio 1960, o forse marzo, non ricordo. Ricordo invece bene tutto quello che era successo poco prima: avevo realizzato la prima barca in vetroresina in Europa, una specie di pioniere di un settore – la nautica – che all’epoca non era nemmeno il mio. Era il 1959 e c’era la legge Tupini che offriva sgravi fiscali, contributi e incentivi a chi apriva una impresa. Pensai che oltre all’attività principale di costruzioni che avevamo con la LDB fondata nel 1935 dagli ingegneri Gaetano Loy Donà e Carlo Brancaccio, che poi sarebbe diventato mio suocero, era il momento di inventarsi qualcosa di nuovo”.

Ruggiero aveva 34 anni, pieno di idee e sogni.

“Pensavo che ogni famiglia italiana, con la nostra invenzione, avrebbe potuto avere la barchetta, grande come la propria utilitaria. Una barchetta leggera e resistente, facile da trasportare, poco costosa. Non più un bene di lusso, ma qualcosa alla portata di tutti. La 600 o la 500 per attraversare le città e Conchita per attraversare il mare davanti all’ombrellone. L’Italia era in pieno boom economico e cosa c’era di meglio che regalare a tutti il sogno di una barchetta per la famiglia?”, continua Ruggiero a sfogliare l’album dei ricordi.

Nacque così la Fiart, Fabbrica italiana applicazioni resine termoindurenti. Il cantiere nacque in corso Vittorio Emanuele 697 nello stesso palazzo dove ci sono ancora gli uffici della LDB.

“Nel 1961 non esisteva ancora il Salone di Genova e la fiera della nautica si faceva a Milano. Mia moglie ed io caricammo quattro esemplari di Conchita su un camion e le portammo alla Fiera di Milano. Lo spazio che avevamo affittato però era minuscolo e non c’era posto per esporre in orizzontale tutte e quattro le barche. Decisi di attaccarne due al soffitto e di farle scendere in verticale così da poter almeno accompagnare i visitatori nel nostro piccolo stand. Era strano essere lì, tra grandi aziende, cantieri famosi, mastri d’ascia che realizzavano veri e propri gioielli tutti rigorosamente in legno, con quel piccolo e semplice guscio dal nome spagnoleggiante. Eppure funzionò. La gente si interessava, chiedeva, immaginava per la prima volta, dopo i disastri della guerra e le fatiche del dopoguerra, che una barchetta fosse un desiderio possibile. Il primo anno ricevemmo 60 ordini, tutti consegnati. Un successo insperato.

Ma chi è questo matto napoletano che fa barche in plastica? Chi è questo di Luggo che si è inventato la mescola della fibra di vetro con le resine termoindurenti? Cosa vuole questa fabbrichetta che si chiama Fiart? Alle grandi aziende della plastica e della nautica, quel piccolo grande successo non era sfuggito. E allora iniziarono a copiarci. C’era la Pozzi, che costruiva ceramiche e servizi igienici, che tentò di aprire una linea per costruire barche. C’era la Pirelli che voleva un’alternativa alla gomma. Poi altri. Ma non era un business facile. C’era entusiasmo iniziale ma non bastava…”. Invece è bastato, oggi i cinque figli e nipoti sono al timone dell’azienda. E lui, il Grande Anziano, continua a guardare il suo futuro con il vento in poppa!

Twitter @januariapiromal