Non è facile portare su un palcoscenico teatrale touche e mischie di rugby. Tantomeno morte, dolore e tortura, la storia triste dell’Argentina della dittatura degli Anni Settanta. Dove si moriva, anzi si scompariva, a 20 anni senza sapere perché. Claudio Fava, già sceneggiatore de “I cento passi”, è riuscito a farlo nel raccontare la vicenda del Mar del Plata: la squadra di rugby che nel 1978 – l’anno del Mundial de Fútbol – non si piego alla logica dello “show must go on”, ma sfidò il regime militare per amore della palla ovale e della libertà, pagando con la vita la propria passione.

Mar del Plata è la storia di una formazione di rugby, di un gruppo di amici, del campionato del 1978 che la formazione argentina finì decimata dagli omicidi politici. Il primo è quello di Diego, 17enne di talento che “giocava al rugby e alla rivoluzione”, prelevato alla fine degli allenamenti e trovato in fondo a un fiume con una pallottola nel cranio: lui sul palco non compare mai, vero “desaparecido” del copione. Di lì è un’escalation di reazioni, paure e tormenti: la voglia di onorare la morte di un amico, il dubbio di dover pensare prima alla propria vita o alla propria famiglia. Come quello di Teresa, fidanzata del protagonista e narratore Raul, unica figura di dolcezza femminile in uno spettacolo che, fra i suoi tanti meriti, ha anche quello di replicare fedelmente l’atmosfera cameratesca dello spogliatoio di rugby. O la cupezza delle segrete delle prigioni militari. Il minuto di silenzio (dilatatosi all’inverosimile) imposto dai suoi compagni sul campo diventa infatti un caso di Stato, interpretato dal regime come una pericolosa provocazione per l’ordine costituito. E allora la scena, immutabile, deve sdoppiarsi per rendere i due luoghi d’ambientazione della vicenda: il campo e le celle di tortura, la gioia dello sport e il dolore della persecuzione politica.

La sintassi scenica, i testi profondi e a tratti poetici, l’interpretazione degli attori (a partire da Claudio Casadio, splendido cattivo nelle parti dello spietato capitano Montonero): tutto contribuisce a fare di questo spettacolo, in scena al teatro Vittoria di Roma, un piccolo gioiello. Il copione è scandito dalle morti in serie dei giocatori: lo spettacolo è quasi un conto alla rovescia nella scomparsa di tutti i componenti della squadra. Prima sei, poi cinque, quattro, tre: la dittatura non concede il beneficio del dubbio a nessuno. Nemmeno a chi non ha nulla a che fare con i comunisti. Come Montonero spiega a Pereyra, il padre-allenatore della squadra. Il loro antagonismo è il simbolo della biforcazione delle strade di un paese spaccato a metà dalla dittatura. Due vecchi tecnici sciancati, un tempo amici: uno si è arruolato nell’esercito, affiliandosi al regime e applicando i suoi vecchi principi di allenatore al suo nuovo ruolo. “Cosa sarebbe il rugby senza disciplina. Proprio come il nostro Paese”. L’altro invece è rimasto sul campo. Perché “io non credo nelle loro fantasie di rivoluzione, ma nemmeno in questa vostra idea di patria. Io credo solo nel rugby”. Ma anche questo, all’epoca, poteva essere una colpa. Qualcuno, però, è sopravvissuto per raccontarlo.

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