Ammettiamolo: lo avevamo sottovalutato tutti, Giovanni Cuperlo detto Gianni. Con quella sua aria malinconica, vagamente kafkiana, la voce e il carisma da cartone animato, nessuno gli avrebbe dato un euro. E invece si è rivelato un genio della politica. L’operazione che ha compiuto firmando con la maggioranza renziana del Pd l’accordo sull’Italicum è un capolavoro degno di Machiavelli. Siccome però sono quasi sicuro che la sua manovra è troppo sottile per essere compresa dai più, mi permetto di illustrarne i molteplici risvolti.

Le cose vanno così. Cuperlo entra nella Commissione del Pd sulla riforma dell’Italicum – unica legge elettorale della storia a essere riformata prim’ancora della sua applicazione – in rappresentanza della minoranza del Pd, ma si accorge subito di due cose. La prima è che i renziani hanno talmente paura di perdere il referendum che sono disposti a concedergli tutto, tanto poi se lo rimangeranno, se vincono. La seconda è che la minoranza del Pd non firmerebbe neppure se gli offrissero la testa di Renzi.

Capito tutto questo, Cuperlo non solo firma ma, coerentemente, dichiara che voterà sì al referendum. Essendo di scuola dalemiana e non renziana, non si spinge sino a dichiarare «cucù, l’Italicum non c’è più», ma fa qualcosa per lui rivoluzionario: sorride. Mestamente, direte voi: eppure sorride. I renziani gli battono grandi pacche sulla spalla e gli dicono stai sereno, come a Letta. I bersaniani, più banalmente, gli danno del traditore: ma, come al solito, sbagliano.

Che cosa hanno ottenuto, infatti, i renziani? Il voto di Cuperlo e di tutti i suoi seguaci: a occhio e croce, lui e sua moglie. Che cosa hanno perso, invece? Molto di più: ogni residua credibilità sulla legge elettorale, alla quale evidentemente credevano così poco da barattarla con il voto di Cuperlo (e della moglie). L’unico a guadagnarci, a ben vedere, è proprio lui. Se Renzi perde il referendum, infatti, Giovanni Cuperlo detto Gianni diventa il leader perfetto di un Pd sconfitto e diviso.