In televisione, niente si crea e niente si distrugge, ma tutto si trasforma. E ritorna, ciclicamente, come i jeans a zampa d’elefante. L’ultimo caso di questo eterno ritorno dei generi televisivi è rappresentato dal Faccia a faccia di Giovanni Minoli, in onda da ieri sera su La7. Primo ospite, il presidente del Consiglio Matteo Renzi.

È il vecchio faccia a faccia di Mixer, identico in tutto e per tutto, con tanto di faccione dell’ospite sullo sfondo come ai bei tempi andati. Un format che, all’epoca, aveva dato molte soddisfazioni a Minoli. E in fondo Mixer è stata una trasmissione storica e longeva (dal 1980 al 1998) di mamma Rai, una fucina di talenti giornalistici e soprattutto una fonte di idee e scopiazzature per molti programmi che sarebbero arrivati dopo. Giovanni Minoli è da sempre molto affezionato al proprio modo di fare tv, così affezionato da essere molto restio ai cambiamenti, e il Faccia a faccia di ieri sera con Matteo Renzi lo ha dimostrato alla perfezione: tutto uguale a trent’anni fa, dal faccione dell’ospite alle domande incalzanti, dal format asciutto al tentativo di scavare a fondo nel personaggio ben oltre il solito modo di condurre le interviste in Italia.

Il risultato è sembrato contraddittorio, perché se da un lato lo stile di Minoli conserva ancora oggi una sua innegabile originalità, dall’altro alcune caratteristiche tipiche e immodificabili del Faccia a faccia alla Mixer sembrano oggi leggermente anacronistiche. Una minestra riscaldata, dunque? Nì, perché è vero che il faccione sullo sfondo risulta quasi fastidioso per gli standard televisivi di oggi (anche perché adesso abbiamo televisori enormi e ad alta definizione, dunque il faccione rischia di disturbare lo spettatore), ma il ritmo incalzante del giornalista (suo marchio di fabbrica) aiuta il format a mantenersi vivo e vitale nonostante i tanti anni passati. Altro pregio storico di Minoli è la qualità delle domande poste, una qualità che spicca ancor di più in questi tempi balordi, in cui i conduttori di talk show politici si limitano a domande banalissime alla ricerca della polemica o del pollaio televisivo. Nelle domande rivolte a Matteo Renzi c’era una “visione”, una completezza di argomenti e di temi a cui intervistatori e intervistati non sono più abituati, e questa è sicuramente la caratteristica migliore di un format che per altri versi è sembrato un amarcord dei bei tempi andati.

Minoli, va detto, non è “appecoronato” come molti colleghi più giovani e rampanti, e per chi non ha mai visto un Faccia a faccia di mixeriana memoria, il confronto di ieri sera è sembrato qualcosa di rivoluzionario. Chi, invece, per fortuna o purtroppo (perché significa che non è certo di primo pelo), già conosceva il format, ha invece dovuto fare i conti con una sensazione duplice: da un lato la riscoperta di “vecchi” metodi a quanto pare sembra validi in televisione, dall’altro l’impressione di un eterno giorno della marmotta, della solita operazione nostalgia che tanto va di moda in questa fase televisiva. Una archeologia catodica che pare essere l’unico modo per vedere qualcosa di nuovo, eppure dannatamente vecchio al contempo, in televisione.

C’è davvero bisogno di riesumare Mixer, di riproporre pedissequamente un tipo di racconto televisivo nato quasi 40 anni fa? Sarebbe meglio guardare avanti, cercare finalmente di inventarsi qualcosa di nuovo, innovare e sperimentare, rischiare di più. Ma l’usato sicuro (e Minoli è sicuro e garantito) pare essere ancora la strada più comoda. È un male? Non è detto, per carità, perché i format di qualità, anche se vecchi, mantengono un certo livello anche a distanza di decenni. E se paragoniamo il nuovo-vecchio Faccia a Faccia minoliano con i talk show di approfondimento politico dei nostri tempi (Politics e DiMartedì su tutti), è evidente che il confronto premi il primo, non certo i secondi. È la solita storia del meno peggio? No, in questo caso si tratta semplicemente di un format storico (e evidentemente valido) che torna dopo anni a urlare che il re è nudo, che il giornalismo televisivo (a parte qualche rara eccezione) non gode di ottima salute. E allora rassegniamoci all’eterno ritorno, alla ciclicità dei generi televisivi. E in una televisione come quella italiana che sembra incapace di innnovare e sperimentare con successo, forse non è un male.