Diciassettemila e ottocentoventisette. Sono i giorni trascorsi dal terremoto del Belice, il sisma che la notte tra il 14 e 15 gennaio del 1968 colpì una ventina di comuni della Sicilia Occidentale. Più di mille feriti, 410 morti e centomila sfollati: sono le vittime del primo grande evento sismico dell’Italia repubblicana, che adesso si candida anche ad essere il principale esempio di eterna incompiuta. Sissignore: perché quarantotto anni, nove mesi e 21 giorni dopo quella notte di gennaio, la ricostruzione del Belice non è ancora stata completata. Per farlo occorrerebbero almeno altri 300 milioni di euro: 150 milioni per le opere pubbliche ed altrettanti per gli immobili privati. Denaro che il governo centrale ha promesso da una decina d’anni ma non ha mai erogato. A certificarlo è la risoluzione approvata dalla Commissione Ambiente del Senato il 2 novembre che impegna il governo a “concludere l’annosa vicenda della ricostruzione post-sismica della valle del Belice, ivi inclusa la realizzazione di un programma di bonifiche ambientali per lo smaltimento dell’amianto e dell’eternit dei baraccamenti costruiti nei comuni della valle”.

Mezzo secolo di ricostruzione – Sembra un paradosso, una boutade, e invece è soltanto cronaca: mentre il premier Matteo Renzi assicura che i comuni del Centro Italia colpiti dal sisma tra agosto e ottobre del 2016 saranno prontamente ricostruiti, in Sicilia da mezzo secolo si attende che il governo completi i lavori di ristrutturazione. E deve attivarsi persino il Senato per provare a mettere un punto alla questione. “Bisogna considerare che il terremoto del Belice ha scontato il fatto di essere stata la prima grande calamità naturale del dopoguerra: ha fatto da cavia, è stato un esperimento e i risultati sono sotto gli occhi di tutti”, dice il senatore Giuseppe Marinello, presidente della commissione Ambiente di Palazzo Madama. “Senza considerare – aggiunge Marinello – che spesso quando si parla del terremoto del Belice lo si fa senza cognizione di causa, come se la mancata ricostruzione sia da addebitare ai cittadini: ma i fatti dicono altro”. Cosa dicono i fatti? “Per esempio – spiega il senatore – dicono che ci sono centinaia di persone ancora in attesa di fondi per la ricostruzione dei loro immobili. O che alcuni centri storici di comuni danneggiati dal sisma sono ancora inagibili, come il Duomo di Sambuca di Sicilia, eletto borgo più bello d’Italia, ancora chiuso. Senza considerare le baracche costruite per ospitare gli sfollati, poi demolite senza che le macerie venissero smaltite correttamente: spesso erano costruite con l’amianto”.

Un’incompiuta miliardaria – Ma come è possibile che dopo mezzo secolo dal terremoto lo Stato non abbia ancora chiuso i conti con gli abitanti del Belice? Come è potuto accadere che quasi cinquant’anni dopo ci siano ancora pratiche inevase sul terremoto siciliano ad occupare le giornate di senatori e parlamentari? “Colpa delle decine di leggi varate per la ricostruzione che fino al 1987 era affidata all’ispettorato delle zone terremotate: in vent’anni hanno iniziato a costruire – senza completarle – decine di opere pubbliche costate miliardi, utili soltanto alle ricche parcelle di qualche progettista”, dice Nicola Catania, sindaco di Partanna, in provincia di Trapani. La notte che arrivò il terremoto aveva 7 anni: oggi ne ha 55 ed è il coordinatore dei comuni del Belice che ancora devono incassare i contributi per la ricostruzione. Nel frattempo in quel triangolo di Sicilia occidentale sono spuntate opere faraoniche di nessuna utilità. L’elenco è sterminato: si va dall’Asse del Belice, dieci chilometri d’asfalto semi deserto che non porta da nessuna parte, alla piscina progettata per il comune di Poggioreale dall’architetto Paolo Portoghesi e mai completata, fino al centro sociale di Partanna. “È sovradimensionato, non ci servirebbe a nulla ma in ogni caso non l’hanno mai finito: per completarlo servirebbe una somma che il comune non potrà mai avere”, racconta il sindaco. Una svolta nei lavori di ricostruzione del Belice sembrava essere arrivata nel 1987 con la legge 120 che dava alle amministrazioni locali il potere il provvedere direttamente all’approvazione dei progetti di ricostruzione depositati dai cittadini. Da allora nei comuni di Partanna, di Santa Margherita Belice, di Salaparuta, iniziano a nascere gli uffici per la ricostruzione: dopo trent’anni sono ancora attivi. “Solo nel mio comune – dice Catania – ci sono ancora 96 pratiche di cittadini che attendono il contributo per la ricostruzione”. Ma possibile che da 50 anni a Partanna e dintorni ci siano ancora sfollati senza casa? O forse quelle pratiche di rimborso servono ad altro, magari a ottenere contributi illegittimi? “Posso smentirlo assolutamente: è matematicamente impossibile che la gente presenti progetti su immobili inesistenti, perché la nostra conferenza dei servizi è attentissima”, assicura il sindaco di Partanna. “Magari spesso queste ultime pratiche si riferiscono a seconde case danneggiate dal sisma, oppure a stabili costruiti ex novo con fondi privati. Ma il vero problema sono i centri storici”.

Centri storici a rischio crollo – Tre delle città colpite dal terremoto del Belice, infatti, sono state abbandonate e ricostruite a chilometri di distanza: sono le new town di Gibellina, Salaparuta e Poggioreale. In tutti gli altri comuni, quelli cosiddetti “a parziale trasferimento”, si è invece data ai cittadini la possibilità di scegliere: abbandonare le case danneggiate del centro storico per costruirne di nuove in periferia. “In questo modo – dice il coordinatore dei sindaci del Belice – molte case del centro storico sono passate nella disponibilità dei comuni che però non hanno i fondi per metterle in sicurezza”. Il rischio è che crollino da un momento all’altro, perché in 48 anni non si è provveduto né a ristrutturarle e nemmeno ad abbatterle: sono rimaste lì, cartolina ricordo di un terremoto vecchio di mezzo secolo. E adesso finiscono agli atti della risoluzione della commissione Ambiente che, tra le altre cose, chiede al governo di “mettere in sicurezza i territori del Belice ad alto rischio sismico, rifinanziare gli interventi di ricostruzione della zona e attuare nell’area una politica di agevolazioni fiscali con particolare riferimento alle attività produttive”. E dire che nel 1968 il governo guidato da Aldo Moro introdusse un’accisa sui carburanti da 10 lire al litro per ricostruire il Belice: fino al 2015 da quella tassa lo Stato ha incassato 8,6 miliardi di euro nominali, che diventano 24,6 se attualizzati al 2016. Quant’è costata invece fino ad oggi la ricostruzione? Secondo il consiglio nazionale degli ingegneri 9,1 miliardi di euro. “Bisogna fare attenzione però – dice sempre il sindaco di Partanna –. Il Friuli ha concluso la sua ricostruzione in sette anni con 29 mila miliardi di lire. Nel Belice è vero che paghiamo una lentezza allucinante dello Stato, ma è vero anche che per noi sono stati erogati 12 mila miliardi di lire: meno della metà a parità di danni e territorio”. E cinquant’anni dopo mancano ancora trecento milioni di euro.

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