dsc_4414_wond_totale_foto-le-pera_mIn questi tempi in cui cambiando canale troviamo soltanto programmi collegati a cucina e gastronomia, proviamo a proporre una suggestione culinaria. Se abbiamo a disposizione dieci ottimi ingredienti e li misceliamo, li mantechiamo, li impastiamo e frulliamo, difficilmente il prodotto finale sarà all’altezza dei singoli elementi che non si esalteranno l’un l’altro, ma si appiattiranno in una pappa densa e collosa. Se la metafora può risultare ingenerosa, rappresenta però la sensazione di saturazione e indigestione, visiva, cromatica e assordante, di questo “Wonderland”, nuova produzione del Teatro Stabile di Bolzano, spinta da un cast d’eccezione, supportata da un regista di culto nostrano, Daniele Ciprì, e alimentata dalla presenza di Stefano Bollani, peso massimo del pianoforte a livello mondiale.

dsc_5375_wond_la-compagnia-in-primo-piano-f-inaudi_mUna delle prime esperienze in una regia teatrale per Ciprì, (“E’ stato il figlio”, la sua prima produzione cinematografica per Fandango), mago delle inquadrature in bianco e nero, dei selciati scalcinati, delle storie marginali di periferia, alchimista della fotografia, qui, in questo mega impianto sovrabbondante ed eccessivo, perde la rotta, non riesce a tenere ferma e salda la barra in questo naufragio di sommatorie senza una vera anima, una vera scelta di fondo, di campo.

dsc_4579_wond_stefano-bollani_mIn un condominio formato da sei appartamenti, che noi vediamo come se la palazzina fosse sezionata ai raggi x (inspiegabile l’aver dato a ogni spettatore un binocolo che rimarrà inutilizzato non essendoci nessun dettaglio particolare da scovare tra le scene), altrettante storie sgangherate, confuse, informi. E’ il caos il sentimento principe con il quale usciamo dalla sala in questo agglomerato sconclusionato dove regna l’approssimazione nel delineare i caratteri, nel centrare la vera ossatura e spina dorsale del plot che risulta debole e fragile da qualsiasi parte lo si prenda. Nel non voler intraprendere una strada netta, siamo rimasti nell’impasse, abbandonati in balia dello svolgimento degli eventi in questa parodia della parodia dal sapore stucchevole, compressi dentro una drammaturgia infarcita fino all’overdose di citazioni, rimandi e riferimenti presi in prestito da pellicole conosciute al grande pubblico.

Non riesce a scattare il gioco tra platea e palco della caccia al tesoro delle situazioni già viste in celluloide; le frasi virgolettate vengono buttate sul piatto, fatte cadere nel calderone bollente che tutto frigge, consuma, annienta. Se al cinema l’immagine è già parola, a teatro l’immagine non è bastante a se stessa e ha necessariamente bisogno di parole adatte che la supportino per non rimanere bidimensionali, senza profondità, senza struttura, vuote. Una caricatura forzata e smodata che ha addirittura schiacciato la personalità di Bollani che, pianista in scena come l’accompagnatore dei film muti, non è stato valorizzato confinandolo a un ruolo da comprimario mentre sul palco accadeva il finimondo, in questa giostra-girandola impazzita di parole e gag continue che si annullavano a vicenda, stratificandosi in sabbie mobili fangose.

Davvero un ottimo cast però quello messo su da Ciprì: nella parte Francesca Inaudi: tra i suoi numerosi film “Dopo mezzanotte” di Davide Ferrario (2004) o “Noi credevamo” di Mario Martone (2010); gran voce Lorenzo Lavia, figlio di Gabriele, interprete di “Smetto quando voglio” regia di Sydney Sibilia (2014), chef alla Cannavacciuolo Nicola Nocella, Nastro d’Argento nel 2010 come miglior attore esordiente ne “Il figlio più piccolo” di Pupi Avati; la migliore, la tarantina classe’86 Sara Putignano, fresca vincitrice di un importante premio per under 35, il “Virginia Reiter e la menzione d’onore nel “Duse 2016”, vinto da Elena Bucci, attrice del gruppo teatrale Le Belle Bandiere. Belle presenze inzuppate tuttavia nel pentolone dove sguazzavano altri incomprensibili personaggi, la Morte, due alieni siciliani, il portiere del palazzo, “Macchia” entità-fumetto in tuta pece.

L’arma dell’ironia era spuntata, quella della farsa sfibrata, le parti esistenzialiste sul senso della vita, l’universo e il trapasso, una sequenza di frasi fatte, sfilacciate e scollegate, per uno scorrimento faticoso e a scartamento ridotto.

Poteva essere un piccolo capolavoro noir o una favola contemporanea splatter, ma la mira è stata errata, il progetto si è incagliato per poi inabissarsi, con una recitazione tutta sopra le righe, un testo fumoso e inconcludente che non ha retto l’urto. La montagna ha partorito un topolino. Molto rumore per nulla. L’orchestrazione si disfa, tutto si arruffa in piccoli quadri catastrofici e apocalittici, tra frasi-tormentone ripetute allo sfinimento e i tanti finali che sfiancano. Rimane un grande omaggio al cinema che purtroppo si trascina fiacco e si sgualcisce nebuloso.