“Non ho alcuna intenzione di contribuire ad alcun ammanco di capitale di altre banche. Non darò alcun contributo che non sia obbligatorio”. L’amministratore delegato di Intesa SanPaolo, Carlo Messina, sgombera il campo da ogni possibile equivoco e fa capire molto chiaramente che è tempo che ognuno faccia il suo mestiere e si assuma le sue responsabilità. Al punto che toglie dal piatto persino l’alibi del referendum costituzionale, il cui esito da mesi viene dipinto dal governo e da importanti istituzioni finanziarie italiane ed estere come lo spartiacque tra la salvezza e la rovina del Paese. “Penso che oggi ci sia una significativa esagerazione sul risultato di questo referendum – ha detto Messina presentando agli analisti i risultati di Intesa Sanpaolo – Questa non è la Brexit, non è il leave or remain dell’Italia. E’ un referendum su una legge, non ci vedo un rischio sistemico”. Punto. E chi tra Palazzo Chigi e Siena evoca il 4 dicembre come una potenziale fonte di disastri, capace di tenere alla larga gli investitori esteri facendo fallire la ricapitalizzazione del MontePaschi, è servito. L’amministratore delegato di Intesa SanPaolo non cita mai l’istituto senese, ma il riferimento a quella situazione è chiaro, soprattutto alla luce delle nuove difficoltà emerse negli ultimi giorni.

Leggere le relazioni depositate per l’assemblea del 24 novembre e, in particolare, quella sulla delega per l’aumento di capitale da 5 miliardi fa capire chiaramente come di fatto non ci sia più alcun piano. La delega richiesta è talmente ampia da risultare sconcertante: si chiede agli azionisti la possibilità di escludere il diritto di opzione a favore di un diritto di prelazione, ma al tempo stesso si chiede di poter eventualemente reintrodurre il diritto d’opzione su una tranche dell’aumento. Si amplia il perimetro della conversione volontaria dei bond in azioni anche alle obbligazioni senior. Si firma un nuovo pre-underwriting agreement con Jp Morgan e Mediobanca che non offre alcuna reale garanzia di sottoscrizione dell’inoptato e che – per quanto riguarda il meccanismo di determinazione del prezzo delle nuove azioni – ricorda molto da vicino quello dei falliti aumenti di capitale di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Si proverà a determinare il prezzo attraverso il bookbuilding (ma in questi mesi ancora nessuno, compresi gli attuali soci, si è detto disposto a sottoscrivere l’aumento), e la banca potrà individuare un prezzo massimo di emissione e un intervallo indicativo di valorizzazione “tenuto conto, tra l’altro, delle condizioni di mercato, delle prospettive della Banca e del gruppo e delle risultanze dell’attività di pre-marketing che sarà precedentemente condotta presso investitori istituzionali di primario standing nazionale ed internazionale”. Poiché il metodo del bookbuilding si basa sull’incontro tra domanda e offerta di azioni e tale incontro finora non c’è stato, la banca si riserva però anche la possibilità che “il prezzo di emissione possa essere determinato dal Consiglio di Amministrazione con metodi anche diversi dal bookbuilding, eventualmente tenendo conto, tra l’altro, della situazione patrimoniale, economica e finanziaria della Banca e del gruppo ad essa facente capo, delle prospettive del relativo andamento reddituale, nonché delle condizioni di mercato prevalenti al momento della determinazione del prezzo”.

La navigazione è a vista e l’esito sembra scontato. Non per nulla, a Piazza Affari il titolo ha ripreso a scendere chiudendo appena sopra i 21 centesimi in calo di oltre il 9%. Dal 24 novembre, giorno in cui il cda senese ha approvato il piano industriale, la quotazione è scesa di quasi il 40% e di questo passo rischia di tornare in fretta ai minimi di inizio ottobre, quando valeva appena 17 centesimi.

La proposta di Corrado Passera è stata archiviata dal cda dell’istituto come “non ancora solidificata” e l’ex ministro se n’è andato sbattendo la porta.  Scialuppe di salvataggio in giro non se ne vedono, cavalieri bianchi tanto meno. Dunque, qual è la strategia, ammesso che ce ne sia una? E’ presto detto: spremere il MontePaschi per quello che può dare – voti al referendum – e poi tentare di giocare la carta del salvataggio pubblico, ammesso e non concesso che Bruxelles sia disposta ad accettare la nazionalizzazione. Un piano cinico e ad altissimo rischio di insuccesso, tanto che gli stessi sindacati della banca stanno provando a mettersi di traverso: “Si lasci ai lavoratori e ai cittadini il compito di esprimere un voto libero e di merito qualunque esso sia, evitando di condizionarlo e di introdurre irresponsabilmente ulteriori elementi di drammatizzazione che danneggiano la banca ed il settore”. A dirlo non è un qualche “Comitato per il No”, ma i coordinamenti Banca Monte dei Paschi Siena dei sindacati che stigmatizzano il “collegamento fra voto referendario ed aumento di capitale della banca” che è impegnata da tempo “in un’azione di risanamento e di rilancio non adeguatamente sostenuta da chi ha responsabilità politiche, istituzionali ed aziendali – scrivono in una nota – . Da pochi giorni sono stati presentati un nuovo piano industriale ed un piano di ricapitalizzazione. Si lavori con responsabilità a questo e lo facciano, per le materie di loro competenza, il cda, la dirigenza aziendale ed il governo”.

L’eventuale risoluzione del MontePaschi avrebbe un impatto sistemico pesantissimo (è pur sempre la terza banca italiana) e il fatto che di settimana in settimana questo rischio si faccia più concreto sta spingendo al rialzo anche lo spread Btp-Bund, tornato a 162, cioè ai massimi dal voto sulla Brexit. Anche in questo caso, più che al referendum, occorre guardare alla concretissima debolezza del sistema bancario italiano percepita come potenziale fonte di contagio per il resto di Eurolandia. Non per nulla, come è emerso dalla ricerca pubblicata a fine ottobre dall’istituto Sentix, per la prima volta l’Italia ha superato la Grecia quanto a probabilità dell’uscita dall’euro nei prossimi 12 mesi: 9,9 contro 8,5%. E ad allargarsi, nonostante gli acquisti della Bce, non è solo lo spread con il Bund tedesco, ma anche quello con i titoli di Stato spagnoli che ha ormai superato quota 110.