Nel passato mese di agosto, con il post intitolato I talent show stanno distruggendo la musica italiana, ma possiamo fermarli, abbiamo affrontato le possibili cause e gli eventuali obiettivi del formato televisivo-musicale che impazza ormai da diversi anni nei palinsesti di mezzo mondo. Oggi mi ritrovo a leggere un libro interamente dedicato all’argomento, La voce e il talent show di Silvia Tancredi, edito da Albatros e già giunto alla sua seconda edizione, motivo più che buono per tornare sul tema: qualcuno infatti, ispirato forse dal venturo, ma ahinoi sempre presente, spirito del crozziano Napalm51, con fare dietrologico ci aveva accusato, in luogo del primo articolo, di aver appositamente approfittato, nel pubblicarlo, della pausa estiva, quando cioè i talent non ci sono e a nessuno sarebbero venuti strani pruriti.

Eccoci dunque a impegnarci sull’argomento anche ora, nel pieno del “periodo talentuoso”, perché l’interesse per certe questioni non è certo soggetto ai cambi stagionali. Punto di partenza dello studio della Tancredi è la crisi del mercato discografico, quel calo delle vendite causato dall’avvento di internet e di tutti gli annessi e connessi possibili: un precipizio che sembrava essere inesorabile se non fossero intervenuti nuovi modi e percorsi attraverso i quali far sì che la musica potesse continuare a garantire un buon numero di vendite. Dopo aver intervistato concorrenti, vocal coach, produttori e grandi musicisti del passato, conducendo sul tema un’indagine a dir poco certosina, l’autrice del volume, convenendo con quanto da noi sostenuto nel primo articolo, afferma: “In tempo di crisi come questo, la discografia ha, spesso e volentieri, preferito investire nella creazione di progetti lampo, effimeri, caratterizzati da un basso profilo qualitativo, che potessero però riscontrare un successo immediato, con la speranza di risollevare in questo modo i quadri economici enormemente in perdita”.

Alla base di tutta l’operazione legata al format ideato da Simon Cowell col più che celebre The X Factor, una disperata esigenza dunque di abbattere i costi di promozione, andando, come ricorda sempre la Tancredi, a ottimizzare budget e visibilità. Ad aggiungere qualche elemento, intervistato dall’autrice di La voce e il talent show, è il produttore Roberto Vernetti, più volte partecipante a X Factor in veste sia di vocal coach che di producer: “Il fine ultimo è fare televisione, in quanto X Factor è una trasmissione televisiva. La musica rappresenta il contenuto della produzione del format e non l’obiettivo principale, che è invece quello di fare audience, così come per una produzione discografica è quello di vendere il disco”.

E a proposito del continuo ciclo di creazione e dismissione dei nuovi talenti, a proposito di quelli che nel nostro precedente articolo chiamammo cantanti usa e getta, è sempre Roberto Vernetti a corroborare il nostro punto di vista. Ancora intervistato da Silvia Tancredi infatti afferma: “(…) se il talent show diventa un’abitudine, nel senso che se tutti gli anni si fanno una o due edizioni, non si riesce a lavorare seriamente e veramente fino in fondo con questi ragazzi, perché finita un’edizione si penserebbe subito a quella successiva mandando nel dimenticatoio i talenti appena scoperti. Si rischia quindi di ragionare solo per stagioni lunghe al massimo un anno, e di avere come obiettivo quello di vendere il vincitore di X Factor e non quello di costruire una nuova e vera carriera”. Esattamente quanto affermammo qualche mese addietro: l’industria del talento usa e getta, pura fuffa venduta come fosse oro.

Fu del resto proprio Simon Cowell a definire con le seguenti parole la dimensione, per usare un eufemismo, totalmente effimera ai fini dell’arte musicale, del talent: “Il talento è solo il punto di partenza, non basta più. Bisogna essere giovani, carismatici, glamour e brillanti, appetitosi per il mercato ed interessanti per il gossip. Solo così oggi si può sfondare nel mondo della musica”. Viene tanto da pensare che, seguitando a essere glamour, giovani, carismatici e brillanti, il talento, quello vero, vada un po’ a farsi benedire. E se, rovesciando le prospettive, il successo diventasse di colpo qualcosa da cui rifuggire o, tutt’al più, stare debitamente alla larga? E se, di colpo, la più grande prerogativa tornasse nuovamente a essere la creazione artistica, sganciata da ogni logica di mercato o, perlomeno, di questo tipo di mercato? Dopotutto, tra i più grandi di ogni tempo molti se ne sono andati completamente poveri, ma passando alla storia. Questione di prospettive, e di priorità.