““Al termine di diverse verifiche e analisi effettuate nelle scorse settimane, non sussistono le condizioni per un affidamento in proroga del servizio di gestione del Museo Archeologico. Per questo motivo, abbiamo ritenuto di dare mandato al Settore, di concerto con il Servizio Legale e Contratti, di revocare i relativi atti di gara, in considerazione delle circostanze sopravvenute””, annunciava alcuni giorni prima della fine di ottobre il sindaco di Savona Ilaria Caprioglio. Così è stato. Il Civico Museo Archeologico e della Città di Savona, inaugurato nel 1990 nella quattrocentesca Loggia del Castello Nuovo, all’interno del complesso monumentale del Priamàr, dal 1 novembre ha chiuso.

Sottratta una costola al circuito dei Civici Musei Savona che conta sul Museo d’Arte di Palazzo Gavotti, Pinacoteca e Museo della Ceramica (comprendente una sezione che ospita opere della Fondazione Museo di arte Contemporanea Milena Milani) e sul Museo Sandro Pertini e Renata Cuneo. Privata la rete dei musei della Regione Liguria e della provincia di Savona di un elemento tutt’altro che secondario. Alienato alla fruizione lo spazio archeologico e le aree di scavo inserite nel Sistema Museale dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri, ente scientifico che ne curava la gestione e avrebbe continuato a farlo dopo la sentenza del Tar che annullava l’affidamento alle Cooperative “Archeologia” e “A.R.C.A.” da parte del Comune.

Proprio la possibilità di passare nella visita dall’osservazione dei materiali, alle aree di scavo rinvenute negli scavi archeologici sul Priamar ne hanno fatto molto più che un semplice Museo. La sezione di mosaici, rilievi marmorei, vetri e ceramiche d’età romana per certi versi, si aggiunge all’area di scavo della necropoli bizantina e alle fasi della millenaria storia del Priamar, dal villaggio dei Liguri Sabazi alle strutture del medievale palazzo della Loggia. Non solo questo. Molto altro.

A chi si domandi come sia possibile che uno spazio di tale rilevanza possa chiudere, risponde il sindaco del Comune che parla “di difficoltà di bilancio” e quindi di una “procedura di riequilibrio finanziario” che “impongono di limitarci a spese strettamente necessarie e indispensabili”. Giustificazioni che dal punto di vista formale appaiono inoppugnabili. Nel passato anche recente le spese non di rado sono state fuori controllo. Nel 2012, tanto per fare un esempio, la manifestazione “Ideona”, articolata in quattro giornate, è costata 160.655 euro, mentre nel 2013, articolata in 3 giornate, 117.100 euro.

Il museo evidentemente non è un asilo nido e neppure il pronto soccorso dell’ospedale. Insomma non è un servizio di prima necessità. Il punto è un altro. Connesso indissolubilmente alla necessità di contenimento delle spese. E’ mai possibile che un’amministrazione comunale per “rispettare le direttive della Corte dei Conti per mettere un argine alle problematiche finanziarie ereditate” non trovi altra soluzione che decretare la chiusura di uno dei luoghi più rappresentativi? Di un autentico simbolo della città ligure, non diversamente dal teatro Gabriello Chiabrera o della torre Leon Pancaldo? La chiusura dello spazio museale assicurerà un risparmio di 52 mila euro. Ma gli amministratori hanno ben considerato le ripercussioni che l’alienazione avrà ad esempio sul turismo? Tutti quesiti che l’amministrazione comunale non sembra essersi posta.

La circostanza che il Museo Archeologico di Savona sia stato inserito tra i sette finalisti del Premio Riccardo Francovich, conferito dalla Società degli Archeologi medievisti italiani al museo o parco archeologico che rappresenti “la migliore sintesi fra rigore dei contenuti scientifici ed efficacia nella comunicazione degli stessi verso il pubblico dei non specialisti”, suona come un ultimo, tragico, paradosso. Chiude un Museo che a questo punto rischia di ricevere un prestigioso premio.

“Invitiamo tutti a collaborare e mettersi a disposizione come volontari per diffondere e difendere la cultura”, dice il sindaco. Ora è tutto chiaro. Anche a Savona si tenta con il modello che va di gran moda. Spazio ai volontari. Che sia affidato a loro il Museo archeologico?