Un patto tra camorra e mafia per controllare il trasporto di frutta e verdura da Roma in giù. È quanto svelato dall’indagine della Dda di Napoli che ha portato alla confisca di beni, per un valore di oltre 1,8 milioni di euro da parte della Direzione Investigativa Antimafia di Trapani, riconducibili all’imprenditore Carmelo Gagliano di 50 anni, di Marsala. La proposta di applicazione della misura di prevenzione è stata accolta dal Tribunale di Trapani-Sezione. A Gagliano è stata applicata anche la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di dimora abituale per la durata di tre anni. La Dia con questa indagine ha scoperto che il clan camorristico dei Casalesi e il fratello di Totò Riina, Gaetano, avevano stipulato un vero e proprio ‘patto di ferro’ per controllare il trasporto di frutta e verdura da Roma in giù.

Gagliano ha sempre svolto l’attività di autotrasportatore. “Scevro da condanne per fatti di mafia, il suo inserimento negli ambienti malavitosi e l’adesione a logiche mafiose di gestione delle iniziative economiche è legato al suo ruolo di amministratore (quale ”prestanome”), all’interno della società di trasporti denominata ”A.F.M. Autofrigo Marsala Soc. coop” nella quale vantava cointeressenze l’esponente mafioso marsalese Ignazio Miceli, già sorvegliato speciale del cui patrimonio, post mortem, è stata, di recente, disposta la confisca dal Tribunale di Trapani, sempre su proposta del Direttore della Dia”, spiegano gli investigatori.

La società di trasporti è stata al centro di una inchiesta giudiziaria condotta dalla Dda partenopea sulle infiltrazioni mafiose nel circuito della grande distribuzione ortofrutticola dell’agro pontino. Gli inquirenti hanno scoperto all’interno del mercato ortofrutticolo di Fondi, uno dei principali in Italia, l”‘esistenza di una spartizione degli affari da parte delle organizzazioni malavitose operanti in zona e di una monopolizzazione del settore dei trasporti su gomma del clan dei casalesi”.

Quelle indagini, avevano svelato “le infiltrazioni ed i condizionamenti del clan “dei Casalesi-ala Schiavone” nelle attività dei principali mercati ortofrutticoli, ed evidenziato inoltre, che il clan “dei Casalesi”, al fine di aggiudicarsi il controllo esclusivo nello strategico settore dei trasporti dei prodotti ortofrutticoli sulle tratte da e per la Sicilia, aveva stretto una vera e propria alleanza con emissari imprenditoriali di Cosa nostra siciliana facenti capo a Gaetano Riina, fratello del boss Totò Riina, da anni residente nella provincia trapanese”, dicono gli investigatori. “Beneficiario principale, sul versante siciliano della provincia di Trapani, dell’accordo affaristico mafioso tra gli esponenti camorristi dei ”casalesi” e i mafiosi trapanesi sarebbe stato appunto l’impresa ”A.F.M. Autofrigo Marsala”, gestita da Miceli e Gagliano”, dicono gli inquirenti. Tra i beni confiscati risultano terreni, fabbricati, l’intero capitale sociale e il compendio aziendale della società ”L.G.F. Trasporti srl” con sede a Mazara del Vallo, veicoli e rapporti bancari, per un valore di oltre 1,8 milioni di euro.

“L’ortofrutta è sottopagata agli agricoltori su valori che non coprono neanche i costi di produzione, ma i prezzi moltiplicano fino al 300% dal campo alla tavola, anche per effetto del controllo monopolistico dei mercati operato dalla malavita in certe realtà territoriali – scrive in una nota la Coldiretti – I punti più sensibili per le infiltrazioni malavitose sono costituiti dai servizi di trasporto su gomma dell’ortofrutta da e per i mercati; dalle imprese dell’indotto (estorsioni indirette quali ad esempio l’imposizione di cassette per imballaggio); dalla falsificazione delle tracce di provenienza dell’ortofrutta (come la falsificazione di etichettature: così, prodotti del Nord-Africa vengono spacciati per comunitari); dal livello anomalo di lievitazione dei prezzi per effetto di intermediazioni svolte dai commissionari mediante forme miste di produzione, stoccaggio e commercializzazione, secondo la Direzione Nazionale Antimafia”.

“Per raggiungere l’obiettivo – prosegue Coldiretti – i clan ricorrono a tutte le tipologie di reato tradizionali: usura e racket estorsivo, ma anche a furti di attrezzature e mezzi agricoli, abigeato, macellazioni clandestine o danneggiamento delle colture con il taglio di intere piantagioni. Non solo si appropriano di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza ed il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta – conclude Coldiretti – ma compromettono anche in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti”.