Nel diffuso senso d’inadeguatezza e per non soccombere all’ansia da prestazione si ricorre anche ai peggiori surrogati dell’elemento artistico. Sia in ambito professionale che relazionale-affettivo è urgente escogitare un atteggiamento adeguato al punto da essere disposti a farsi manipolare. Il fallimento terrorizza, e quello che riteniamo essere il suo presupposto e contenuto, ovvero la fragilità, va dissimulato o bandito.

Ma siccome esistiamo in ciascuna delle nostre manifestazioni, illudersi di togliere di mezzo ciò che è ritenuto essere inadeguato significa in misura diversa mentire. Non facciamone un dramma, al giorno d’oggi si mente a mani basse per poter lavorare o apparire più interessanti di ciò che in effetti si è.

Lo si fa per accaparrare un po’ di stabilità professionale in un mare di precarietà, per l’affetto di cui abbiamo bisogno in un tempo di rapporti sbrindellati, per avere un po’ potere su noi stessi e sugli altri. Insomma, imboscare parti dell’essere è ormai consuetudine, ben oltre la fisiologia delle “maschere sociali” e l’auspicabile dimensione del gioco adulto che a esse appartengono.

Oggi sono richieste surplus di abilità per potenziare l’ossessione del know how e ci si avvale così di piccole strategie da marketing che inducono in sostanza di essere ciò che il più delle volte non siamo. Ovvero di tradurre quella necessaria e per certi aspetti fisiologica quota di dissimulazione che ci consente una buona appartenenza sociale e culturale in una vera e propria rappresentazione di noi stessi fatta di piccole menzogne.

Naturale allora, ma non lo è affatto, sentire la necessità di “saper parlare in pubblico, gestire la platea”: e come se non attingendo sempre più spesso alle tecniche di recitazione del teatro e del cinema in una desolante e auto-inflitta reificazione di sé, il nulla in bella confezione. Nei fatti significa non aver capito niente delle ragioni profonde e dello studio serio e approfondito che implica, per esempio, l’interpretazione teatrale la quale semmai opera per valorizzare le potenzialità espressive dell’essere umano partendo dalla capacità di accogliere soprattutto ciò che si è.

Presupposto per declinare con libertà il proprio mondo interiore su un personaggio “fingendo senza mentire” (Grotowski) e con un proprio scarto interpretativo, modo d’essere che in sostanza è prerogativa di ogni divenire artistico. “Se siete intrappolati nel sogno dell’altro, siete fottuti” ebbe a dire Deleuze e il molto condiviso sogno/incubo contemporaneo è quello di essere graditi agli altri, perché mai come oggi è in gioco il nostro senso d’appartenenza e quindi la nostra identità. E’ così che i comportamenti umani si cristallizzano in quel mondo “realmente rovesciato” dove “il vero è un momento del falso”, patetico culmine del rapporto sociale tra persone mediato da immagini e a cui Guy Debord, decenni fa, ha dedicato il suo La società dello spettacolo.

Proliferano corsi di recitazione (appunto), dizione, di “come” parlare in pubblico, gestione delle emozioni, tromboni ed esperti personal coach emotivi d’ogni sorta, dai guru de noialtri agli specialisti di tecniche della comunicazione, corsi “timidezza zero”, come se la timidezza non fosse altro che un ingombrante accidente da evacuare, uno schiaffo al narcisismo imperante che esige un manifestarsi spudorato cento e non invece una naturale manifestazione di ciascuno.

Secondo questi percorsi creativi neo kitsch le asimmetrie umane andrebbero “equilibrate, proporzionate e armonizzate” secondo una logica che considera le imperfette strutture fondanti ed antropologiche dell’essere umano incompatibili con l’attuale richiesta d’utilità ed efficacia.

Estetizzare l’espressione togliendone le asimmetrie, e quindi l’inafferrabilità del divenire che ne sono la vera bellezza, rientra a pieno titolo in quella logica della libertà simmetrica che tanto piace alla società disciplinare e all’unidimensionalità consumistica. Formattati, magari efficaci ma esautorati della propria intima e reale esperienza.