Lo scrive lui, l’ex boss, il capintesta del rione Sanità, o meglio come si autodefinisce: un fuorilegge. “Ci sono fatti tremendi, completamente inediti, sconosciuti al pubblico: politici corrotti, le inadempienze di qualche magistrato e le azioni di tanti altri che, invece, hanno saputo fare il loro mestiere. Tutte verità dimostrabili che non hanno fatto temere un eventuale giudizio seppure cosciente che, in determinati casi, la verità va considerata come un reato, un atto di violenza”.

Parla Giuseppe Misso (anagraficamente Missi), oggi collaboratore di giustizia, anche se ci tiene a ribadire: “Quando i magistrati mi hanno chiamato sul banco degli imputati ho sempre risposto e raccontato la verità, assumendomene in pieno le responsabilità e scontando gli anni di carcere”. E’ appena stato distribuito, per ora solo in alcune librerie, il suo nuovo e atteso romanzo-verità Il Chiarificatore edito da Le Parche Edizioni. Un volume che segue di 13 anni un altro suo libro I Leoni di Marmo, edito da Arte Tipografica Editrice che suscitò non poche polemiche.

“Lì c’era la mia storia, senza deformazioni. Ho ritenuto mio dovere divulgarla e farla conoscere”. Il prossimo 6 luglio compirà 70 anni. E’ entrato per la prima volta in carcere a 14 anni. E’ ritenuto la mente di quella che è stata riconosciuta la rapina del secolo al Banco dei Pegni di Napoli. Un colpo leggendario che gli ha creato un’aurea da eroe proletario, un capo popolo, un Robin Hood in soccorso dei più deboli, sicuramente Giuseppe Misso è un uomo dotato di astuzia e strategia anche per la sua innegabile capacità di associare al suo nome un presunto quadro di vecchi valori.

Non è un caso se attorno alla figura di Giuseppe Misso, negli anni, si è creata una grande attenzione. Le parole le pesa, con parsimonia le mette in fila, ne mostra la filigrana e con accortezza le adopera per tracciare i contorni di ben definite architetture. Ma più che le parole è importante ascoltare i silenzi che intercorrono tra una frase e un’altra. Uno spazio che disorienta e fa sopraggiungere, a tratti, l’imbarazzo.

Giuseppe Misso è un personaggio complesso e per molti versi enigmatico. Lui continua a non rinnegare nulla, anzi proprio su quelle leggendarie rapine ribadisce e puntualizza che con la sua banda, semplicemente, si operavano dei “prelievi forzati“. E ancora oggi quelli che “lavorano per sotto” (banda del buco) all’assalto di banche e uffici postali quasi tutte “made rione Sanità”, s’ispirano alle sue “imprese” criminali.

Mi confessò un giovane, detenuto nel carcere di Eboli, divenuto autore e sceneggiatore, che il suo “maestro di vita” era un adepto proprio di Giuseppe Misso. Gli insegnò la filosofia del prelevare denaro con l’uso della psicologia. “Quando entri in una banca, in un ufficio postale per commettere una rapina – mi spiegò – basta indossare una calza di nylon, il volto nascosto appare deformato. Occorre restare fermi, immobili, impassibili e in silenzio. Saranno gli altri, le vittime, che consegneranno il denaro. Ognuno interpreta una parte e ricopre un preciso ruolo”.

Giuseppe Misso ha scontato 32 anni di carcere di cui 12 in totale isolamento. Nel silenzio, nel buio delle carceri più dure d’Italia ha cominciato a leggere, studiare e fare i conti con la sua coscienza. “Ero un fuorilegge che dovette adeguarsi ai metodi violenti della camorra per meglio combatterla. Se non si parte da questo presupposto, non si riuscirà mai a capire niente di me”.

Le pagine de Il Chiarificatore svelano i meccanismi di alcune vicende inedite. Il metodo narrativo è quello del precedente romanzo. Nomi camuffati e storie raccontate con dovizia di particolari. “Pur essendo stato pubblicato presso una piccola e anonima casa editrice, senza alcun editing, senza correzione, tra mille ostacoli, così come in precedenza I Leoni di Marmo, resterà per sempre un documento storico perché basato su fatti incontrovertibili, che riguardano la realtà della camorra del passato e del presente, e di tantissime altre cose, anche fatti che riguardano Giancarlo Siani, il giornalista ucciso. Le mie non sono chiacchiere, teoremi e teorie, è la pura verità”. E poi aggiunge: “Ci sono cose autentiche, importanti, fatti complessi che le sentenze non riescono del tutto a spiegare. Non mi presto – come mi suggerisce un amico – a una disamina sulla criminalità organizzata, sarebbe solo estetizzante e non aderente al reale perché scevra da una comparata analisi sociale”.

Nel nuovo libro ancora una volta Giuseppe Misso torna al 1985 al rapido 904 dove fu imputato per la strage del treno. Condannato all’ergastolo in primo grado sarà assolto in appello per non aver commesso il fatto. “Continuano a tirarmi in ballo su questa vicenda attribuendomi anche la detenzione dell’esplosivo, che tra l’altro – ripeto- fu solo descritto da un falso collaboratore e che comunque – dalla lettura della sentenza- non ha niente a che vedere con la strage. Ne ho dimostrato l’infondatezza e per giunta ho molte sentenze di condanna di giornali che continuano, invece, a raccontare questa notizia attribuendola al rapido 904. Evidentemente c’è chi non studia con attenzione le sentenze dei giudici”.

E’ responsabile, è colpevole, ha contribuito direttamente e indirettamente a rafforzare quella cultura che a Napoli è tragicamente sinonimo di violenza e prevaricazione. Ora è nella piena solitudine, accerchiato da tormenti e voci del passato che lo rincorrono. Forse resta l’unico testimone di rango che ha capacità e conoscenze di leggere nell’oscurità dei fatti di camorra.

Un esempio è il suo pensiero sul presunto potere delle “paranze dei bimbi” raccontato in una intervista al Corriere del Mezzogiorno. “La verità è sempre complicata, enigmatica, e tante volte diventa un atto di violenza – racconta – Céline diceva che il mondo non riuscirebbe a sopravvivere a due mesi di verità, la verità è un’agonia che non finisce mai, la verità di questo mondo è la morte. Dostoevskij diceva più o meno la stessa cosa. Io, mi permetto di dire, che in determinati casi la verità è un atto di violenza. Mi creda: sono stato sempre una persona semplice, lineare, non ho mai avuto niente di enigmatico, l’unica mia ‘colpa’ è quella di essere stato un maledetto visionario proprio perché credevo in una Napoli diversa, migliore”.

Giuseppe Misso può raccontare molto, può spiegare dal di dentro i meccanismi, le logiche di una certa camorra che per molti versi resta segreta. Nessuna indulgenza, Giuseppe Misso, è stato un capo, ha ordinato omicidi ed ha contribuito a rafforzare il potere della camorra. Nessuna missione salvifica. Giuseppe Misso resta Giuseppe Misso. La sua però è una testimonianza reale e dentro le cose e può aiutare a scalare le vette più alte di quella montagna di merda che convenzionalmente chiamiamo camorra.