Anche se può apparire un tema frivolo, non è invece questione di poco conto: perché matrimonio e adulterio hanno a che fare con le nostre scelte primarie, con i nostri desideri profondi, in definitiva con ciò a cui teniamo di più. Ma esiste ancora l’adulterio, termine che rimanda a un passato lontano e borghese, esiste ancora nel mondo della convivenze, delle separazioni che aumentano, dei single che diventano sempre di più e nelle grandi città superano chi vive in coppia?

Chiamatelo con altro nome, tradimento, promiscuità: ma l’adulterio esiste ancora, esiste (quasi) sempre laddove c’è un matrimonio o una convivenza, magari di lunga data, in cui il desiderio si è lentamente, e tristemente, esaurito. Mi direte che ci sono coppie che stanno insieme da cinquant’anni e ancora si amano. Rispondo che si tratta di amore, affetto, ma mai di innamoramento, raramente di sesso, quasi mai di sesso soddisfacente. Perché il nostro (tragico) destino è questo: inseguire l’ideale romantico di un amore che non finisce, e insieme ad esso, spessissimo, quello di una famiglia, di bambini con la faccia nostra e di chi amiamo, tentare di portare avanti questo ideale il più possibile, e fare di tutto perché non si spenga. Poi, ad un certo punto, trovarsi di fronte a una scelta: quella di prendere atto che l’amore è finito, e separarsi, o orientarsi verso una terza persona con cui provare, prima ancora che un sesso soddisfacente, emozioni dimenticate da troppo tempo, che prendano il posto di quelle che non ci sono più.

Ma l’adulterio non è un fatto così banale, come la psicologia da magazine vuole raccontarlo. In un certo senso, invece rappresenta proprio il tentativo di tenere insieme quell’ideale romantico incarnato dal matrimonio, attraverso un’altra persona che ci permetta di  rinsaldare la nostra unione, più che distruggerla. Infatti, più che mandare all’aria unioni di lungo tempo, l’adulterio – se portato avanti con intelligenza e tatto – consente loro di restare in piedi.

Un elogio del tradimento? Non proprio. Chi riesce a prendere atto della fine del desiderio, chi sa separarsi, accollarsi le conseguenze e il dolore della separazione, chi sa vivere senza soccombere alla parola “fine” (che per un essere umano, finito e mortale, è sempre difficile da sopportare) è davvero una sorta di eroe. Chi invece tradisce per non separarsi è forse più fragile, perché probabilmente cresciuto in una cultura dove la separazione era il male assoluto, dove spezzare un’unione portava con sé un’insostenibile tragedia. E per questo preferisce tradire che andarsene, uomo o donna che sia.

In definitiva, non si può dare alcun giudizio né su chi si separa, né su chi commette adulterio. Sono due modi di rapportarsi alla fine del desiderio, cioè di un amore e del sogno di unione eterna, “finché morte non ci separi”, mano nella mano anche nel momento della fine. C’è chi può vivere senza questo sogno, c’è chi, cresciuto da bambino con un ideale romantico, ma schiacciante, non riesce a “tradirlo”. Ed è costretto a rispettarlo proprio tradendo.