Sì o No? Dove stiamo andando? «Verso quale Costituzione»? Se per caso foste interessati a sapere cosa ne pensa Pier Luigi Bersani, e se vi foste già segnati sul diario l’appuntamento del 14 novembre a Monaco di Baviera, ore 19, presso l’Istituto italiano di Cultura, forse è meglio che aggiorniate l’agenda: nelle sale dell’IIC in Hermann-Schmid-Strasse l’ex segretario del Pd non potrà aprire bocca. Verboten. L’ambasciatore italiano a Berlino Pietro Benassi è stato inflessibile: l’intervista pubblica a Bersani prevista dal programma e condotta dal giornalista Helge Roefer della Bayerische Rundfunk Rundschau, dovrà tenersi altrove, con buona pace del Comites che aveva organizzato la serata e che ha dovuto mettersi alla ricerca di un nuovo spazio, al grido di «Bersani a Monaco è stato invitato a parlare e a Monaco parlerà».

AMBASCIATORI DEL SI’ – Motivo ufficiale del verboten? “Precise indicazioni ministeriali” dovute “all’esigenza di garantire la par condicio” nelle sedi diplomatiche, spiega Benassi a ilfattoquotidiano.it. Ma, come diceva Andreotti, se a pensar male si fa peccato, molto spesso ci si indovina: e Bersani sulla riforma ha una posizione non allineata, mentre la rete diplomatica italiana si è mossa finora per sostenere il Sì. Come in Brasile o in Argentina, dove l’ambasciatrice Teresa Castaldo si è impegnata alla morte per organizzare gli incontri con gli emigranti o per riempire il teatro Coliseo in cui, a Buenos Aires, la ministra Maria Elena Boschi doveva arringare gli elettori.

IMPAR CONDICIO – Il tour della Boschi per il Sì non è finito: il 13 novembre, esattamente il giorno prima dell’appuntamento di Bersani a Monaco, la ministra parlerà a Zurigo. E l’incontro, organizzato non da un organismo istituzionale come il Comites ma dal Pd svizzero (tanto che ad annunciarlo alla stampa sono stati Michele Schiavone e Maria Bernasconi, segretario e presidente del partito, che stanno anche allestendo due pullman da Friburgo e da Berna), avrà luogo alla “Casa d’Italia”, edificio di proprietà della Farnesina che ospita varie associazioni di emigranti, la scuola italiana e il Comites zurighese. In Svizzera nessuno ha sollevato obiezioni all’uso molto partisan della sala.

PROPAGANDA MIGRANTE – Anche a Monaco, fino ad oggi, c’è stata solo la sfilata per il Sì. Ha cominciato Sandro Gozi, sottosegretario Pd alla Presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei, insieme a Laura Garavini, deputata Pd eletta in Germania, e a Paola Concia, esponente della direzione nazionale Pd e iscritta all’Aire in Germania (sua moglie, infatti, è tedesca). Tutti invitati e ospitati, il 6 ottobre scorso, dal locale Comitato per il Sì. Il 10 e il 24 ottobre è stato il turno di altri due autorevoli esponenti pro-riforma, i costituzionalisti Sabino Cassese e Paolo Pombeni. E i due incontri stavolta hanno avuto luogo all’Istituto Italiano di Cultura senza che Berlino si sognasse di protestare.

COMITES GUASTAFESTE – Poi, a rompere il monopolio della propaganda, è arrivato il locale Comitato per gli italiani all’estero, un organismo previsto dalla legge n. 286 del 2003 in tutte le circoscrizioni consolari con almeno 3.000 italiani residenti. In nome «della necessaria neutralità che il proprio ruolo richiede» e per assicurare «la simmetria e garanzia dell’informazione sul proprio territorio», il Comites di Monaco si è attivato per far conoscere agli elettori anche qualche ragione del No. E ha organizzato un paio di eventi: in calendario per il 10 novembre c’è un dibattito tra Alessio Tacconi, deputato eletto all’estero con M5S poi passato al Pd, accanito sostenitore della riforma Renzi-Boschi, e Roberto Serra, manager di un’azienda americana in Lussemburgo e militante Pd schierato per il No. Secondo appuntamento, il 14, l’intervista a Bersani sulla Costituzione. Stesso luogo per entrambi: l’Istituto Italiano di cultura, nella palazzina al numero 8 di Hermann-Schmid-Strasse dove ha sede anche il Comites.

ACHTUNG BERSANI Apriti cielo. Neanche 24 ore dopo l’annuncio su Facebook, il 28 ottobre è arrivato il divieto dell’ambasciatore Benassi. “Ci è stato detto che la scelta di non ospitare dibattiti sul tema referendum è una scelta bi-partisan” spiega, cercando di tenere i toni molto bassi, la presidente del Comites Daniela Di Benedetto. “In ogni caso noi andiamo avanti, perché riteniamo di avere un dovere di informazione verso i nostri concittadini. Un dovere democratico, rispetto a cui la stessa Costituzione ci impone di impegnarci”.

I toni sono bassi, ma il disagio è palese: pure Di Benedetto è un’iscritta al Pd, e questa storia la fa soffrire parecchio. “Il Pd è casa mia, e non voglio fargli del male. Penso però che altri glielo stiano facendo. Trovo singolare che sottosegretari e ministri possano andare in giro per il mondo a spiegare le ragioni del Sì, mentre il contradditorio, quello vero, non trova spazio”.

BAVAGLIO DEMOCRATICO E Pierluigi Bersani, in tutto questo? Tace. Per ora. Ma per l’ex segretario del Pd lo schiaffo è di quelli che bruciano, soprattutto se si considera da chi viene assestato. Un ambasciatore navigato come Benassi, ex capo di gabinetto delle ministre Emma Bonino e Federica Mogherini, non nega certo la disponibilità di una struttura governativa a un ex presidente del consiglio, benché solo incaricato come Bersani, se non ha il via libera (le famose «indicazioni ministeriali») dai vertici della Farnesina. E lì a regnare è oggi un ministro del Pd, Paolo Gentiloni, che viene dalla Margherita come Renzi, a Renzi è legatissimo e renzianamente si è schierato per il Sì. Quando si dice la coincidenza. E lo schiaffo.