Il mancato exploit dei Pirati, la conferma dei conservatori, il rischio dell’ingovernabilità. Le elezioni politiche in Islanda del 29 ottobre hanno in parte deluso le aspettative di chi prefigurava una svolta radicale, testimoniando invece la volontà del popolo dell’isola di affidarsi di nuovo ai partiti di più lunga tradizione. Risultato: agli Indipendentisti, formazione conservatrice già al governo in coalizione dal 2013, va il 29% dei voti, che equivalgono a 21 seggi; i Verdi si aggiudicano il 15,9% dei consensi e 10 seggi, gli stessi ottenuti dai Pirati, che però non vanno oltre al 14,5%. Delude il partito progressista, che con l’11,5% delle preferenze mantiene solo 8 seggi dei 19 che occupavano nelle precedente legislatura.

Una débâcle, quella dei progressisti, ampiamente annunciata, dopo che il loro ex leader era rimasto coinvolto lo scorso aprile nell’affaire dei Panama Papers, e costretto a rassegnare le sue dimissioni da premier. Ciò che invece non ha rispettato fino in fondo i sondaggi è stato il risultato ottenuto dai Pirati, che anche in virtù dello scandalo che ha investito il governo venivano accreditati di consensi ben maggiori di quelli effettivamente raccolti. Si pensava che gli elettori avrebbero voluto punire la coalizione alla guida del Paese, formata proprio dai progressisti e dai conservatori indipendentisti. Evidentemente, però, gli islandesi non hanno voluto affidarsi in massa a chi in campagna elettorale prometteva d’introdurre forme di democrazia diretta, di trasferire le risorse naturali sotto il controllo pubblico e di offrire la cittadinanza alla talpa del Datagate, Edward Snowden. Nello staff dei Pirati, tuttavia, si sottolinea la crescita del movimento, nato appena 4 anni fa e passato da 3 a 10 seggi. “Le nostre previsioni interne – spiega la fondatrice dei Pirati, Birgitta Jonsdottir – ci davano al 10-15%, quindi la percentuale ottenuta è molto alta. Sapevamo che non saremmo mai arrivati al 30%”.

La questione più urgente ora, però, è trovare i numeri parlamentari per garantire la formazione di un governo. Immediatamente dopo lo spoglio dei voti, sono iniziate le consultazioni per costruire possibili alleanze. La responsabilità di avviare le trattative spetta agli Indipendentisti: “Non posso negare – ha dichiarato il loro leader, Bjarni Benediktsson – che sarebbe naturale per noi essere il partito di riferimento nel prossimo governo”. Tuttavia, trovare i sostegni necessari dalla maggioranza del parlamento non è scontato. Si è ipotizzata, tra le altre, la prospettiva di un esecutivo di centrosinistra che coinvolga proprio i Pirati: ma alcuni analisti segnalano la diffidenza dei partiti tradizionali nei confronti dell’inesperienza del movimento anti-sistema. I Pirati, però, ci credono. Uno dei 10 parlamentari, Smari McCarthy, subito dopo la pubblicazione dei risualtati ha twittato: “Successo epico! Ci sono molte possibili coalizioni da fare; molto lavoro di fronte a noi”.