Si è svolta sabato scorso la serata finale della dodicesima edizione del Premio Bianca D’Aponte, unica manifestazione di musica d’autore italiana dedicata a sole cantautrici, di cui è direttore artistico il bravo Fausto Mesolella; anche quest’anno si sono esibite sul palco del Teatro “Cimarosa” alcune tra le migliori artiste italiane.

Madrina di questa edizione è stata Irene Grandi, ospite coinvolgente assieme – fra gli altri – a un monumentale Fausto Cigliano e a Vittorio De Scalzi. Ultimamente su queste pagine mi è capitato di citare il “D’Aponte” parlando di luoghi in cui andare a ricercare un modo prezioso di intendere l’arte della canzone, lontano dai media che tutto appiattiscono. In Italia, la canzone intesa in senso artistico è tutta lì, in quei posti: impossibile intercettarla altrove.

Sabato scorso sono stati assegnati dunque i premi nelle varie sezioni: il premio assoluto è andato a Sighanda (al secolo Dominique Fidanza), cantautrice che ha presentato un brano in dialetto siciliano dal titolo L’aciddruzzu, con un set molto suggestivo e importanti doti teatrali; la menzione per il miglior testo è andato a Clarissa Vichi di Pesaro per Un fiore; il riconoscimento per la composizione a Giovanna Dazzi di Parma per Orione; quello per l’interpretazione a Chiara Minaldi di Palermo e al suo brano Un’anima.

Erano previsti anche due riconoscimenti esterni: quello de “Officina della Musica e delle Parole”, ideata da Alberto Salerno, che consiste nella partecipazione gratuita a un corso della scuola, è stato assegnato a Nicoletta Noè (vero nome Nicoletta Grazzani) di Lodi con Ad Abelardo, Eloisa. Quello dell’etichetta “Suoni dall’Italia” di Mariella Nava, con la proposta di un contratto discografico, a Chiara Minaldi.

Ho appositamente lasciato per ultimo il premio “della critica”, assegnato quest’anno ad Agnese Valle per la canzone Cambia il vento. L’ho lasciato per ultimo perché, secondo chi scrive, il suo è stato il brano migliore in assoluto dell’intera rassegna: il migliore nella raffinatezza del modo di essere dato e nella sensibilità di scrittura musical-letteraria.

Canzone delicata, proposta con accompagnamento di sola chitarra di Marco Cataldi e clarinetto suonato dalla stessa cantautrice, dalla felice originalità melodica, nell’ottimo dosaggio di espressioni colloquiali veicolate da passaggi armonici mai banali o inespressivi: «Resterò/ da sola ancora un po’/ per godere di questo silenzio./ Ho/ sulla mano destra ho/ una macchia per non perdere l’orientamento./ Vorrei avere l’umore meno labile,/ la risposta ad un’astrologia instabile», versi cantati con una voce magnetica e una melodia che varia sobriamente, senza virtuosismi inutili, ma dosati con l’intento di significare un messaggio, in maniera diversa rispetto alla sola musica o alle sole parole.

Le strofe della canzone fino all’arrivo del ritornello sono praticamente perfette: dal palco arrivano in platea e ti inchiodano all’ascolto senza furbizia. Il pezzo strutturalmente sta benissimo in piedi da solo, tramite parole e note che unisone formano un linguaggio “terzo”. Il brano fa parte del disco Allenamento al buonumore, l’ultimo della cantautrice. Ascoltatelo: sentirete forse un arrangiamento che un po’ disturba questa sapienza di scrittura, ma senz’altro queste mie parole vi risulteranno più circostanziate.

La bellezza d’impianto strutturale del pezzo di Agnese Valle è il punto centrale di questo mio scritto. Parlai qualche giorno fa, con principale riferimento al mondo cosiddetto “indie”, del fatto che oggi spesso in Italia questo manca; sembra passare in secondo piano un presupposto indispensabile: l’arte della canzone parte dagli autori (se poi sono anche cantautori, a mio parere il tutto ha esponenzialmente molto più fascino), da chi sa scrivere canzoni che stanno in piedi.

Si dà loro sempre meno importanza e, mentre in tv si cerca l’X-factor, in giro per l’Italia ci sono dei posti come il Premio Bianca D’Aponte dove i premi della critica vengono dati a chi le canzoni le fa per davvero, e le fa bene. Due mondi lontanissimi che sarebbe bene far avvicinare.