Il 18 e 20 ottobre, hanno avuto luogo presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, due importanti eventi che inaugurano la nuova stagione sinfonica: la conferenza stampa di presentazione e la prima del Fidelio di Ludwig Van Beethoven.

Tra i temi di maggior interesse sollevati durante la conferenza inaugurale tenuta dal Maestro Antonio Pappano e dal Presidente dell’Accademia di Santa Cecilia Michele Dall’Ongaro, si è parlato del rapporto controverso, ma ormai ineludibile, tra musica e media. Il direttore d’orchestra inglese (naturalizzato italiano) in particolare, ha ricordato come in ogni tappa delle varie tournée internazionali, la presenza di televisione, radio, o addirittura cinema, sia divenuta una costante. Se da un lato questo consente a molte persone di godere di eventi cui altrimenti non potrebbe assistere, dall’altro stressa profondamente i musicisti, costringendoli a convivere ad ogni replica, con le inevitabili pressioni derivanti dall’essere costantemente spiati da occhi e orecchie, che non perdonano alcuna imprecisione. Non è certo un tema da poco… Un fattore Orwell che se da un lato spinge gli esecutori verso una precisione assoluta in ogni esecuzione, dall’altro rischia di logorare profondamente i professori d’orchestra, nel corso di lunghe stagioni concertistiche. Il tempo ce lo dirà…

Quel che per il momento è certo, è che il 20 ottobre questo stress da media è stato ampiamente dominato quando è andato in scena (in forma di concerto si intende) Fidelio. Diretto dal Maestro Antonio Pappano di fronte ad un Auditorium gremito ed entusiasta, l’opera (o sarebbe meglio dire singspiel) del maestro tedesco, è stata eseguita con grandissima efficacia dall’Orchestra e dal Coro di Santa Cecilia (diretto dal Maestro Ciro Visco). L’impeccabile cast dei solisti, presentava nomi di primissimo piano quali Simon O’Neill (Florestan), Rachel Willis-Sørensen (Leonore), Günther Groissböck (Rocco), Amanda Forsythe (Marzelline), Sebastian Holecek (Don Pizarro), Maximilian Schmitt (Jaquino), Julian Kim (Don Fernando).

Fidelio, notissimo tra gli appassionati nonché unico lavoro che il Maestro di Bonn ha destinato al teatro, è una creazione artistica caratterizzata da luci ed ombre, difficile, complessa, straordinaria. Una storia d’amore lontana dai melliflui cliché cui siamo abituati oggi; un racconto epico tutt’altro che melodrammatico, che narra di un prigioniero politico liberato dal coraggio della moglie…

E proprio la libertà e l’amore, hanno decisamente ispirato il Progetto Fidelio, voluto dall’Accademia di Santa Cecilia e realizzato in collaborazione con il ministero di Grazia e Giustizia. L’ambizioso programma articolato in tre sezioni prevede: 1 – Attività laboratoriali per i figli dei detenuti, avvalendosi della pluridecennale esperienza (anche in materia di didattica di base) dell’Accademia di Santa Cecilia. Un fattore che ha portato alla formazione di ben cinque orchestre e dodici cori giovanili. Un metodo basato sul passaggio graduale dal gioco all’esperienza diretta, dalla sperimentazione iniziale all’apprendimento di un metodo rigoroso. 2 – La formazione di cori nelle case circondariali, affiancando al Coro dell’Accademia (apprezzatissimo anche a livello internazionale) cori di voci bianche, cori giovanili e da poco anche un coro amatoriale formato da adulti. Il coro è qui inteso come esperienza comune di condivisione ed avvicinamento alla musica, senza preclusioni legate alla preparazione o a competenze specifiche. 3 – Incontri con la musica, dove i migliori allievi dei corsi di alta formazione dell’Accademia, proporranno un percorso di ascolto della musica tramite recital appositamente elaborati e preceduti da conversazioni con gli interpreti, a proposito delle musiche e degli strumenti presentati.

Iniziative come il Progetto Fidelio, assumono oggi un’importanza grandissima, nonché duplice. Gli straordinari risultati ottenuti da El Sistema di Josè Antonio Abreu, devono farci riflettere ancora una volta sulla straordinaria capacità della musica di restituire (o consegnare) le persone alla parte migliore di loro stesse, mettendole in contatto con la bellezza, il gioco, la fantasia, il metodo, la disciplina ed educandole a qualità come l’empatia, l’ascolto, l’interazione, caratteristiche queste, che nella nostra società paiono essere non proprio di moda. Non è un caso che tutti i recenti studi di neuroscienze (vedi anche i libri divulgativi di Howard Gardner) testimonino con vigore quanto importante sia la musica nello sviluppo del cervello umano.

L’altro contributo fondamentale (che personalmente mi sta molto a cuore) è quello di proporre e far passare in modo netto, l’idea che lo studio della musica ci rende persone migliori e più felici, a prescindere dal fatto che questa disciplina diventi la nostra professione. La musica non è, e non deve più essere vista e vissuta (soprattutto in Italia) esclusivamente come un qualcosa di inaccessibile, astruso e sacerdotale, recuperando quella dimensione specifica che, in paesi dove questo già avviene, ne garantisce una diffusione più larga in tutto il tessuto sociale. Questo aspetto in particolare, temo diventerà sempre più cruciale dal momento che occorrerà certamente formare un pubblico, soprattutto giovane, che al momento in Italia sembra latitare. Alzando lo sguardo tra le poltrone degli auditorium del nostro paese infatti, non è difficile notare che la presenza dei giovani non è sempre numerosa come dovrebbe (e smettiamola vi prego con la retorica del costo dei biglietti).

Resta ovviamente una priorità assoluta quella di continuare a formare le grandi eccellenze, su questo non ci sono dubbi! Tuttavia, credo occorrerebbe cominciare a preoccuparsi seriamente del fatto che in un futuro non più molto lontano, vi sia ancora un pubblico che consenta a queste eccellenze, di sopravvivere.