Contrordine compagni.
Non sono passate neanche due settimane che mi trovavo da queste parti a dirvi come Unici di Nek fosse, con buona probabilità, il più brutto disco mai ascoltato negli ultimi quarantasette anni, da quando sono su questo pianeta. Una roba davvero fatta male. Ecco, parlavo così, spinto da quella strana forma di disperazione che ti prende quando pensi che la vita ti abbia posto di fronte croci troppo difficili da portare. Ecco, non sono passate neanche due settimane da che mi trovavo da queste parti a dirvi come Unici di Nek fosse, con buona probabilità, il più brutto disco mai ascoltato in vita mia che ti arriva il nuovo singolo di Tiziano Ferro a ridefinire il concetto di brutto.

Perché, diciamocelo apertamente, senza timori: uno da Tiziano Ferro si vorrebbe poter aspettare qualcosa di eccezionale. Lui, il cantautore di Latina, è in fondo la sola proposta interessante uscita nel pop per famiglie negli ultimi venti anni, sul fronte maschile. Cantautore a metà strada tra crooning e R’n’B, con una scrittura molto internazionale, un gusto per la melodia tipicamente italiano e dei testi che, nonostante non vogliano dire nulla novanta volte su cento, si sposano con le note che vanno a costruire melodia e armonia dei suoi brani in maniera impeccabile, come se fossero state inventate proprio per finire lì, in quelle liriche. Normale, quindi, che di fronte a un brano come Potremmo ritornare uno ci resti male. Ma non male come di fronte a una delusione passeggera, di quelle che poi metti su un album di Shawn Mendes e neanche te ne ricordi più. No, una delusione più simile a quella che avrebbe provato il protagonista de Sei un mito degli 883 se la tipa da sempre vagheggiata da Max Pezzali, quella maggiorata e anche simpatica, dopo averlo invitato a salire da lei gli avesse proposto di guardare la sua collezione di farfalle.

Qualcosa di definitivo, presumibilmente irreparabile.
Perché se sei uno che passa nel giro di pochi anni dall’essere un esordiente di successo a riempire gli stadi, se sei uno che riesce, magari con un po’ di fortuna, a portare la musica italiana in giro per il mondo, o quantomeno in quella parte di mondo dove la musica italiana la prendono in considerazione anche senza necessariamente passare per delle versioni naif dei Sopranos, se sei uno che ha azzeccato alcune delle canzoni pop migliori di questo millennio, da Sere nere a Non me lo so spiegare passando per Ed ero contentissimo, al punto che questa tendenza di fare ballate depresse e oscure ha dilagato come un virus, mortale, costringendoci a ettolitri di canzoni come Guerriero, L’amore esiste e compagnia cantante, ecco, se sei Tiziano Ferro, uno che ha sì sempre copiato quel che girava in America, ma almeno ha sempre copiato bene, andando a pescare le hit giuste, i suoni giusti, poi non puoi caderci così, così male. Non puoi ripresentarti, con tutta l’attesa e le aspettative che ci sono per questo ritorno, con una canzone che potrebbe far dire a qualcuno che hai giocato a fare Mengoni, Dio Santo.

Anche perché, dettaglio non da poco, Potremmo ritornare è il singolo che si prende il pesante carico di anticipare un album dal titolo Il mestiere della vita, vagamente pavesiano e decisamente ambizioso. Ecco, se queste sono le premesse partiamo proprio male. Ma male davvero. E dire che ce lo aveva presentato così, su Facebook: “In un mondo abituato al volume alto e che non ha più tempo per ascoltare nessuno ho risposto così, a voce bassa. Con una canzone che parla di quelli che a un certo punto hanno bisogno di tirare le somme. Esamino esanime il paesaggio. Tutto prende forma, al principio di un nuovo capitolo. Chi va e chi “potrebbe tornare””. Diciamo che se Tiziano ha l’impressione che tutto sia a alto volume gli devono appunto essere sfuggita quella decina e passa di singoli che proprio sull’essere a bassa voce, tizianoferriane, avevano la propria cifra.

Spiace pensarlo malinconico, ma al momento esanime ci sono io, che ascoltato questo singolo ho provato conforto nell’autoinfliggermi del dolore fisico picchiando la fronte sullo spigolo della libreria (alla faccia che Ikea non fa mobili solidi), tanto per delocalizzare l’attenzione da questo senso spiacevole provato dall’ascolto. Ora, mentre scrivo goffamente con una sola mano, l’altra che regge del ghiaccio appoggiato sulla fronte, mi ritrovo ad augurarmi che Il mestiere della vita sia altro, magari un po’ di sano alto volume.
Tornando all’incipit, che dire? Filippo, stai sereno, c’è chi ha fatto peggio di te, e non era affatto facile.