Persone vicine al governo siriano e al presidente Bashar Al Assad, imparentate con ministri e alti ufficiali, sono state assunte da alcune agenzie dell’Onu che operano in Siria, come l’Unhcr , l’Alto Commissariato per i rifugiati, e la World Health Organization. Lo rivela un’inchiesta del Guardian: i loro nomi sono contenuti in dei documenti di cui il quotidiano britannico è venuto in possesso, ma che non ha pubblicato su esplicita richiesta delle Nazioni Unite  “tutelare la loro incolumità”.

La nuova inchiesta del quotidiano londinese è solo l’ultima, in ordine di tempo, che indaga la mancanza di trasparenza nei rapporti che intercorrono fra l’Onu e il governo siriano. Rapporti che evidenziano le contraddizioni della linea politica espressa negli ultimi anni dal segretario generale Ban Ki-moon che solo il 20 settembre, aprendo l’Assemblea generale a Palazzo di Vetro, attaccava Bashar Al Assad denunciando il fatto che “nessuno ha ucciso di più del governo siriano, che continua a bombardare quartieri e a torturare migliaia di detenuti”.

Secondo il Guardian, dal mese di gennaio, circa il 64% dei kit e dei medicinali forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) sarebbero finiti in aree sotto il controllo governativo. Solo il 13% avrebbe raggiunto le zone sotto assedio. Ma “in alcuni settori e aree sotto il controllo dell’opposizione si sta raggiungendo una migliore ricezione”, ha sottolineato la fonte anonima interpellata dal quotidiano. Per Stephen O’Brien, sottosegretario generale all’Onu per gli affari umanitari e di soccorso di emergenza, la colpa sarebbe anche di alcuni gruppi dell’opposizione che hanno impedito l’evacuazione per motivi sanitari di alcuni abitanti da alcune zone sotto assedio, come quella di Aleppo est, circondata dai lealisti e bombardata dal cielo da russi e aviazione governativa.

L’Onu si è difeso sottolineando che le agenzie “devono lavorare imparzialmente con tutte le parti”, nonostante Ban Ki-moon, nel giugno del 2012, avesse dichiarato “il governo di Damasco e il presidente Bashar Al Assad hanno ormai perso ogni legittimità”. Nel settembre scorso, 73 organizzazioni operanti nel paese hanno annunciato la cessione di ogni condivisione di informazioni con il Palazzo di Vetro, fino a quando non verrà fatta un’inchiesta trasparente riguardo all’influenza “significativa e sostanziale” di Assad sulle gestione delle operazioni umanitarie.

Già ad agosto, il quotidiano londinese aveva pubblicato un’altra inchiesta in cui aveva accusato le Nazioni Unite di aver concesso fondi per decine di milioni di dollari a organizzazioni legate al governo siriano. Come la Syria Charity Trust, fondazione guidata da Asmae Al Assad, moglie del presidente siriano, sottoposta a restrizioni internazionali, che avrebbe incassato 8,5 milioni di dollari. La lista proseguiva con: 267.933 dollari sono stati dati dall’Unicef all’associazione Bustan di Rami Makhlouf, cugino del presidente e coinvolto nell’inchiesta Panama Papers, che nel corso di questi anni ne ha ricevuti altri 700mila dalle Nazioni Unite per la sua compagnia telefonica, la SyriaTel, nonostante anche lui sia sottoposto a sanzioni.

Altri soldi erano finiti ad associazioni benefiche collegate a gruppi paramilitari attivi in Siria. Mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha speso 5 milioni di dollari per il supporto della Banca nazionale del sangue, controllata dal dipartimento della Difesa siriano. Sarebbero 258 le compagnie siriane coinvolte, ricordava il Guardian nella sua inchiesta di agosto, e ognuna avrebbe ricevuto da 30 mila a 54 milioni di dollari.