Venezia è ribelle già per sua natura: sfida il delicatissimo equilibrio tra terra e acqua, sorge su pali di legno piantati nella laguna, cresce ricca di edifici, chiese, palazzi e strade mettendo in discussione le leggi della fisica, sopravvive grazie a un continuo passo a due tra l’uomo e l’ambiente circostante”: con queste parole le due autrici Beatrice Barzaghi e Maria Fiano presentano la Guida alla Venezia ribelle, che vuole essere un manuale per un turismo alternativo, capace di proporre percorsi certo insoliti e forse lontani dalle consuete mete stereotipate, eppure per questo quanto più autentiche. Pubblicato dall’apprezzabile Voland, casa editrice che ha già dato alle stampe le «guide ribelli» a Roma, Parigi, Barcellona, il libro propone per ogni tappa consigli su canzoni, film, libri che permettano di approfondire gli argomenti trattati.

La guida ci invita a seguire itinerari, per l’appunto, ribelli, che raccontano di una città da sempre allergica alle imposizioni, capace di essere un punto di riferimento per la libertà di stampa nell’epoca della Controriforma, protagonista nel Risorgimento e durante la Resistenza antifascista, fino alle lotte operaie degli anni ’70 e alle rivendicazioni per il diritto alla casa negli ultimi decenni. E tutto questo è in contrasto con la visione di una Venezia in irreversibile decadenza, al massimo meta per i turisti delle Grandi Navi o di ricchi proprietari di seconde case.

Venezia è città complessa, policentrica, che si articola su almeno tre livelli: il centro storico, la terraferma (con Mestre e il complesso industriale di Marghera, che ha meno di cent’anni) e le isole. Bene hanno fatto le autrici a inserire nella guida capitoli dedicati a tutti questi luoghi, considerando giustamente Venezia come un tutt’uno multiforme in comunicazione ininterrotta (anche se la consapevolezza di questa unicità è cosa recente).

E se a Rialto la farmacia Morelli ospita in vetrina un contatore che indica come in un countdown il numero dei residenti del centro storico, in continuo calo e da molto sotto i 60mila, l’isola di Poveglia ha visto partecipare sostenitori da tutto il mondo alla raccolta fondi per il riacquisto dell’isola dal demanio, perché rimanesse un luogo accessibile a tutti, in un lavoro di recupero ambientale che ricorda, ad esempio, quello analogo portato avanti negli anni ’80 per rendere di nuovo agibile l’isola della Certosa.

Sono molte infatti le forme di resistenza, anche creativa, allo spopolamento ed alla svendita di edifici e di spazi preziosi per la collettività. Che danno vita a esperimenti civici, a nuove forme di condivisione, in un posto in cui è difficile costruire da zero e dove anche la vita dei luoghi si rinnova, e così le forme dell’abitare e di vivere la città. Città che diventa humus fertile per personaggi irregolari, geniali, spesso innovatori nei propri campi d’azione. Come l’artista Emilio Vedova, il compositore Luigi Nono o i coniugi Basaglia, che hanno rivoluzionato l’approccio alla psichiatria. E soprattutto, come sottolinea la storica Maria Teresa Sega nell’introduzione, “Venezia città delle donne ribelli”. Dove l’emancipazione spesso è passata attraverso il lavoro, come nel caso delle molte operaie attive nelle fabbriche cittadine, o grazie al riconoscimento dell’opera intellettuale, come capitato alla pittrice Rosalba Carriera, o a Elena Cornaro, prima donna laureata al mondo. Ed è anche da qui che emerge l’eccezionalità di una Venezia che possiamo vedere ora con occhi diversi.