Tre venditori ambulanti. Uno di loro, pakistano, preso a pugni, a calci, sbattuto per terra: mentre cerca di divincolarsi, viene bloccato e tenuto per il collo come a volerlo strozzare. Alla fine, preso di peso viene ficcato a forza, con la Tshirt lacerata, dentro la camonietta della polizia municipale. Sembrava il set di Gomorra, invece, mia figlia e io, eravamo in pieno centro, a Napoli, in via Chiaia all’angolo con piazzetta Santa Caterina. Qui, nel quadrilatero della Napoli chic, tutt’al più si registrano scippi.

Violenza spalmata sotto i miei occhi, sotto quelli di mia figlia spaventata a morte, e di tanta gente di passaggio oltre che dei negozianti. Tutti sgomenti davanti a tanta brutalità. Perché un’aggressione così selvaggia da parte di chi, in teoria, dovrebbe proteggerci? Di quale reato si sarebbe macchiato il venditore ambulante pakistano? A detta di una residente del quartiere, Monica Giovannini, si tratta, per l’appunto, di un pakistano mite e gentile che da mesi cerca di vendere, con un sorriso, la sua mercanzia di cover di iPhone. “Mia madre li conosce e non si spiega tanta ferocia nei loro confronti”, racconta Monica. Uno dei tre, inseguito in mezzo alla strada da un altro agente, è riuscito a scappare. La Polizia ha requisito tutta la mercanzia. Che per loro rappresenta il loro unico guadagno.

Ho chiesto spiegazioni e il dirigente, il colonello Frattini (così si è presentato come responsabile dell’unità operativa territoriale) ha detto di rivolgermi al comando.
Intanto la folla insorgeva e chiedeva di portare davanti al giudice le telecamere fisse posizionate su un palo per vedere la dinamica del pestaggio, a detta dei vari testimoni, spropositata, esagerata. Rossella Iossa e Maria Quattrin, due passanti, hanno promesso di scrivere lettere di protesta alla stampa.

Sparita la camionetta della polizia rimangono le chiacchiere da bar: forse l’accusa è di occupazione abusiva di suolo pubblico? Allora, lo stesso trattamento andrebbe riservato agli abusivi che vendono la loro merce in tutta Italia? Ma un pestaggio, sotto gli occhi di tutti, di un uomo inerme, rimane un abuso di potere inaccettabile, non degno di Paese che sulla carta si dice democratico.

Non ho altro da aggiungere. Tanto a cosa servirebbe? Intanto chiedo scusa a mio “fratello” pakistano. A nome di chi mai lo chiederà.

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Aggiornato da Redazioneweb il 28/10/2016 alle ore 19.46